Quella sottile linea d’odio che corre nei grandi media: tra notizie e non notizie

Oltre la propaganda

Quando si parla di “discorsi d’odio” spesso si punta il dito verso Internet, i social network, o ai siti “specializzati” nell’allarmismo e nel discorso d’odio come Imola Oggi, Tutti i Crimini degli immigrati e tanti altri spazi creati da militanti di estrema destra per spargere odio e anche per fare business (leggere qui).

Ma in realtà l’impatto più importante non è ottenuto dalla propaganda di estrema destra che poi alla fine è letta soprattutto da un giro di tifosi. A propagare più pregiudizi e idee false nei confronti delle minoranze e degli stranieri sono in realtà i grandi mass media, come i giornali nazionali, le radio e le televisioni.

Solo che i grandi mass media non agiscono con violazioni clamorose della deontologia. All’eccezione di alcuni casi, come il famoso titolo “Bastardi islamici!”, osato da Libero, testata del resto anch’essa apertamente xenofoba.

Gli altri, quelli considerati moderati, distillano il pregiudizio e l’odio dell’altro con un flusso continuo di notizie, storie, reportage, opinioni in apparenza innocui se presi uno ad uno.

Chi si ricorda di Mailat?

Romeni e violenza. Uno dei tanti titoli odiosi scritti sui romeni nel 2007

Romeni e violenza. Uno dei tanti titoli odiosi scritti sui romeni nel 2007

Tutti ci ricordiamo l’anno 2007 quando sembrava che le strade italiane fossero invase da romeni pronti ad aggredire e violentare tutto quello che si muove. La stigmatizzazione di un popolo di circa un milione di persone, per lo più grandi lavoratori, onesti e pacifici, non fu opera dei movimenti di estrema destra ma di tante pagine come questa: Romeni e violenza 2007, un anno nero, apparso sulla repubblica, un quotidiano nazionale collocato politicamente al centro-sinistra. Migliaia di notizie, approfondimenti, reportage, interviste, commenti intorno alla presunta violenza naturale dei romeni . un flusso continuo di cose piccole e grandi. Ogni sbaglio di un romeno o di una romena prendeva dimensioni enormi e andava a rimbalzare su tutte le prime pagine e le “prime-time” dei mass-media del paese.

Romulus Mailat.

Romulus Mailat. Il giovane di origine romena dichiarato colpevole e condannato per violenza sessuale e omicidio. Da molti considerato “il mostro romeno per eccellenza” Fonte: immagine RAi3

Oggi che i romeni sembrano scomparsi dai media, non ci sono più crimini commessi da alcuni di loro? Più nessun romeno ubriaco al volante investe più i “cittadini onesti” sulle strisce? Nessun giovane romeno ruba qualcosa al supermercato? Nessuna violenza è stata più commessa da connazionali di Mailat (vedere immagine) da allora?

La realtà è che reati commessi da romeni, italiani, cinesi… ce ne sono tutto l’anno. I romeni in Italia sono più di un milione: un popolo. Ed è normale che in un popolo ci sia un po’ di tutto: una maggioranza di gente onesta che lavora e vive in modo socialmente adeguato e poi anche una minoranza di persone con atteggiamenti e attività inadeguate: malati, disonesti, violenti, alcolizzati… . Così era prima del 2007 e così è oggi. Quindi non è l’atteggiamento o la composizione sociale della popolazione di origine romena residente in Italia ad essere cambiata. E’ la stampa che ha altre gatte da pelare in questo momento. Questo forse perché il tema del momento sono i musulmani che sono tutti sul punto di nascondere bombe da qualche parte.

I titoloni omicidi

Spesso ci rendiamo conto del danno portato dai grandi media all’immagine dei “diversi” e degli “stranieri” solo quando c’è un fatto clamoroso, come le sommosse anti-Rom a Napoli dopo che un quotidiano ha pubblicato la notizia di un falso tentativo di rapimento di un bambino da parte di una ragazza Rom. Oppure l’attacco al campo della Continassa a Torino per il quale il quotidiano La Stampa ha dovuto chiedere scuse per il titolo riconosciuto come razzista e menzognero. Oppure, se si va più indietro, si arriva agli striscioni e alle mobilitazioni anti-immigrati scatenati dal falso coinvolgimento di immigrati negli omicidi di Erba e di Novi ligure.

Ma quanti “errori” piccoli e grossi come questo passano per verità e per norma? Non lo si può sapere con esattezza ma si sa che sono tanti, tantissimi. Ai danni dei romeni, degli stranieri, degli zingari, dei “vucumprà”, dei “negri”… E nonostante la presa di coscienza momentanea, le scuse ufficiali delle redazioni (fate in pochissime occasioni) e le promesse di stare più attenti in futuro, nessuno dei grandi mass media italiani ha fatto un passo indietro su questo modo di trattare le questioni riguardanti la diversità in Italia.

Un tranquillo flusso di stereotipi

In realtà il danno all’immagine dei migranti, dei diversi e delle minoranze è continuo. E’ un flusso che non si arresta. e oltre ai titoli e notizie clamorosi, come quelli citati qui sopra, c’è il danno più profondo commesso da piccole notizie senza grande importanza, ma cariche di imprecisioni, di pressappochismo, di esagerazioni, stereotipi e pregiudizi… E a volte anche di falsità vera e propria.

padroni islam

I padroni dell’Islam. la “inchiesta” di La Repubblica sulla fantomatica offensiva economica dei fratelli musulmani in Italia

Qualche anno fa La Repubblica, a firma di Vladimiro Polchi, considerato esperto in materia di immigrazione, pubblicava questa “inchiesta”, Italia, i padroni dell’Islam,  a pagina intera.

Un pezzo in cui, partendo da pochi elementi, pieni di imprecisione, l’autore ha voluto dimostrare che “I fondamentalisti, usciti vincitori dalle primavere arabe, puntano a conquistare i quasi due milioni di islamici d’Italia.”  In un pezzo pubblicato sul blog ALMA, si sono sottolineate tutte le inesattezze e il pressappochismo con cui sono state tirate queste conclusioni.

Così come in questo caso, sono centinaia di migliaia i piccoli e grandi errori professionali, voluti o non voluti. Che vanno ad accumularsi nel subconscio dell’Italiano medio e a formare l’ostilità quotidiana, crescente, nei confronti dei diversi.

Where is the story?

Cercando un esempio da citare, abbiamo trovato questo pezzo pubblicato dalla Stampa di Torino in questi giorni: “Il tricolore sulla serranda per distinguere la mia pizza dai kebab”. Un pezzo dalle apparenze innocuo. Un racconto di vita di quartiere: il quartiere “Barriera di Milano”, conosciuto per essere a Torino uno di quelli a più alta percentuale di residenti e commercianti “stranieri”. 

Il pizzaiolo di Barriera

Il pizzaiolo di Barriera. Immagine e titolo dell’articolo “non razzista” della stampa.

Nel racconto niente di molto interessante, tutto sommato. Un commerciante che colora le sue serrande con il tricolore. A Torino ce n’è pieno di commerci con il tricolore in vetrina, sulla porta o la serranda. Sopra tutto dopo la campagna organizzata dall’amministrazione comunale all’occasione dei 150 anni di unità d’Italia.

In tempi normali il capo redattore avrebbe chiesto: Where is the story? (dov’è la storia?) Cosa porta di nuovo, di interessante o di utile questo pezzo? Niente. E’ la storia di un immigrato calabrese appena arrivato a Torino e che va a insediare una attività commerciale nel quartiere più frequentato dai nuovi arrivati. Per distinguersi da quelli non italiani dipinge le serrande di verde, bianco e rosso. Alle domande del giornalista, lui afferma che siccome lui è italiano il suo cibo è per forza più buono e più pulito. Tutto qua.

Il giornalista ha raccolto qualche altro suono di campana? E’ veramente vero che i locali tenuti dagli stranieri nel quartiere sono invece tutti sporchi e vuoti, come dichiara il neo-pizzaiolo? non ci è dato saperlo, perché il giornalista, in giro a chiedere informazioni supplementari, non è andato. Ci lascia soli con la versione di un commerciante che non ha altro argomento che il razzismo palese (che come sempre inizia sempre con “non è per razzismo ma…”) per promuovere il proprio lavoro.

Qual’è quindi la sostanza di tali pezzi? cosa vendono se non c’è notizia, non c’è storia, non c’è informazione utile…? Cosa rimane se non il commercio dell’odio e della paura? nulla. Allora si vede che quelli che viviamo non sono proprio tempi normali.

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