Nella rete dell’odio

Con questo articolo inauguriamo uno speciale sul tema hate speech.

“Olee, 700 in meno!” “Nessuno li ha chiamati, speriamo nel mare grosso sempre” “Si temono 700 morti… io avrei temuto di più 700 vivi da mantenere!” “Non ci credo… Troppo bello per essere vero”. La più grande strage nel Mediterraneo, il 18 aprile 2015, con oltre 700 persone annegate nel tentativo di raggiungere l’Europa, diventa l’occasione per l’esplosione dell’odio razzista online. Dietro una tastiera o uno smartphone “legioni di imbecilli”, secondo l’efficace definizione di Umberto Eco, sfogano rabbia e violenza nei commenti alla notizia della strage, che dalle agenzie di stampa rimbalza nei siti e infiamma i social.

L’ hate speech, il discorso d’odio, è un fenomeno preoccupante ed in crescita. Secondo il Consiglio d’Europa “copre tutte le forme di espressione che diffondono, incitano, promuovono o giustificano l’odio razziale, la xenofobia, l’antisemitismo o altre forme di odio basate sull’intolleranza, tra cui quella espressa dal nazionalismo aggressivo e dall’etnocentrismo, la discriminazione e l’ostilità nei confronti delle minoranze, dei migranti e delle persone di origine straniera”.

Il discorso d’odio non è un problema nuovo, ma è il suo impatto su Internet a dare nuovi motivi di preoccupazione. Nell’ultimo Rapporto Ombra ENAR – European Network Against Racism, social media e social network sono diventati uno spazio per la crescente diffusione di idee e discorsi xenofobi, islamofobi, antisemiti e razzisti. Secondo l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali i casi di discriminazione che avvengono in rete sono il 30,4% del totale delle segnalazioni pertinenti. All’interno di questo gruppo di casi, più della metà (51,6%) ha riguardato nel corso del 2014 casi di condotte discriminatorie avvenute sui social media (Facebook, Twitter e Blog).

Un’interessante ricerca sui commenti alle proprie notizie pubblicate sui social è stata promossa dal quotidiano Il Tirreno.  Inquietante il quadro che ne è emerso: c’è una fetta di “civilissima” Toscana che sul web si scatena, quasi un utente su tre è violento. Il 29% dei commenti a notizie varie, non solo immigrazione, ma anche politica, lavoro, terrorismo, delitti sono infatti violenti e contengono almeno una parola o un termine volgare, aggressivo, offensivo.

Educare e sensibilizzare

Come reagire a questo fiume di violenza? Educazione ai media e responsabilizzazione delle testate giornalistiche sono le strade intraprese dal progetto BRICkS  che Cospe sta realizzando in collaborazione con il Centro Zaffiria ed organizzazioni in Germania, Belgio, Spagna e Repubblica Ceca.

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La riflessione di partenza è che per prevenire e combattere il discorso razzista in rete e non solo, sia necessario lavorare a livello educativo e culturale. Coinvolgere e sensibilizzare i giovani sugli effetti della proliferazione di messaggi di intolleranza e xenofobia sul web tramite una riflessione più ampia sui rischi e le potenzialità delle nuove tecnologie è l’ambiziosa sfida.

Incontri partecipativi che hanno coinvolto insegnanti, giovani attivisti rom, sinti ed appartenenti ad associazioni di seconde generazioni ed esperti del web, hanno fornito spunti per la creazione di un innovativo modulo formativo, che sarà testato nelle scuole secondarie di secondo grado dei paesi coinvolti nel progetto in questo anno scolastico e successivamente reso disponibile per insegnanti ed educatori.

Il ruolo dei media

Ma qual è il ruolo e la responsabilità del mondo del giornalismo di fronte al fenomeno dell’ hate speech? L’odio è un’ opinione? Qual è il confine tra hate speech e libertà di espressione?

Per provare a rispondere a queste domande, abbiamo realizzato un’indagine che, ad un monitoraggio di casi studio su articoli  e relativi commenti su facebook, ha affiancato interviste alle principali testate online nazionali. La strategia sul web, il community management, la gestione concreta di casi di hate speech sono stati i temi affrontati e diversi approcci e modalità di lavoro hanno confermato come le testate si trovino attualmente in fase di forte sperimentazione e in alcuni casi non adeguatamente attrezzate al cambiamento di paradigma nella relazione con i lettori. Un incontro a Bruxelles nel maggio scorso ha favorito lo scambio di buone pratiche tra i social media managers di varie testate europee, tra cui La Stampa e un decalogo sul community management per il contrasto dell’hate speech è in preparazione.

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I primi incoraggianti segnali di una presa di coscienza da parte del mondo del giornalismo stanno emergendo. L’ Associazione Carta di Roma, European Federation of Journalists e Articolo 21 hanno lanciato la campagna #nohatespeech che ha l’obiettivo di bannare i forsennati del cyber-razzismo.  “Impedire la diffusione dell’odio non è solo un atto di responsabilità civile. È, per chi fa il giornalista, l’adempimento della regole-base della professione, quella che impone a tutti i giornalisti il dovere di restituire la verità sostanziale dei fatti.”

Tra le testate nazionali è La Stampa che si contraddistingue per una chiara politica di contrasto ai commenti razzisti. Il 9 agosto il social media staff interviene per porre un freno ai commenti razzisti generati da una notizia pubblicata sulla pagina facebook, relativa ad una bambina rom con un quoziente intellettivo superiore a quello di Einstein “Non abbiamo nessuna intenzione di tollerare commenti del genere sulla nostra pagina: chi nonostante gli avvertimenti insiste, sarà bannato. Vi chiediamo di isolare chi esprime questo tipo di “opinioni”, non rispondere e se ritenete segnalarli a noi in posta privata”. Analoga presa di posizione era stata assunta dal direttore de Il Tirreno Omar Monestier all’indomani della strage dei richiedenti asilo dell’aprile 2015 : “Adesso cominciamo a cancellare i commenti e a impedire la commentabilità delle notizie, perché si può avere un qualsiasi punto di vista, ma non è accettabile che davanti a centinaia di cadaveri in mare si faccia dell’ironia”.

Una politica attenta

Avere una policy definita per i commenti, con regole chiare alle quali i lettori si devono rifare, coinvolgere e valorizzare la community, usare l’ironia e l’auto ironia per smorzare i toni, contattare gli utenti in forma privata sono alcune delle strategie possibili per contrastare l’ hate speech, che le testate stanno cominciando ad utilizzare. Ma uno sforzo maggiore è necessario. Da parte delle testate, dei giornalisti, dei lettori e anche dei proprietari dei social network.  Una questione complessa come l’hate speech che non può che essere affrontata in maniera sistemica, con azioni che devono essere intraprese a vari livelli da tutti i soggetti coinvolti. Iniziative come la Carta dei diritti di Internet approvata qualche giorno fa dalla Camera, la denuncia ai vertici di Facebook per la mancata rimozione di messaggi razzisti da parte del governo tedesco, le campagne di sensibilizzazione rivolte agli utenti del web sono tasselli importanti di una strategia complessiva che mira a rendere il web un posto più sano e piacevole per tutte e tutti.

Uno sforzo collettivo e plurale per attuare quelle promesse di libertà e partecipazione costitutive della Rete. “L’uso consapevole di Internet è fondamentale garanzia per lo sviluppo di uguali possibilità di crescita individuale e collettiva, il riequilibrio democratico delle differenze di potere sulla Rete tra attori economici, Istituzioni e cittadini, la prevenzione delle discriminazioni e dei comportamenti a rischio e di quelli lesivi delle libertà altrui.” Dichiarazione dei diritti di internet.

 

L’articolo è stato scritto da Alessia Giannoni, responsabile COSPE del progetto BRICKS e pubblicato sulla rivista COMBONIFEM, edizione cartacea, dicembre 2015

Dossier: “hate speech”, i discorsi d’odio.

Nella rete dell’odio

Cos’è l’“hate speech

Hate Speech! Che cos’é?

Hate speech crisi e globalizzazione

una società più equa è il miglior rimedio contro il razzismo

Quella sottile linea d’odio che corre nei grandi media: tra notizie e non notizie

Veleni e contravveleni dei discorsi di odio online

 

 

 

 

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