Intervista con Olsi Sulejmani manager dei Kabatronics

Abbiamo già parlato di Kabatronics, e anche in quella occasione abbiamo sottolineato l’importanza che il loro manager, Olsi Sulejmani ha avuto nell’incontrare e far incontrare le due band. E’ seguito il premio della Indipendent Music Award, e allora quale migliore occasione per capirne di più, parlando direttamente con lui di musica, di Albania, di contaminazioni, di politiche culturali e di molto altro.

Olsi Suleiman. Foto tratta da: shekulli.com

Olsi Suleiman. Foto tratta da: shekulli.com

Prospettive Altre  – Salve Olsi, e grazie di aver accettato di parlare con noi. Partiamo subito con una curiosità: come nasce questo progetto? Come si incontrano i Fanfara Tirana(FT) con i Transglobal Underground(TGU)?

Olsi Sulejmani – Nasce principalmente dalla difficoltà a registrare una batteria a Tirana. E uno degli strumenti più difficili da registrare in studio e pochi sono quelli che sono dotati della strumentazione necessaria. Inoltre sapevo che per fare breccia nel mercato discografico serviva qualcosa di forte. A questi si aggiungeva la necessità di produrre qualcosa di fresco, contaminato ma rispettoso del concept, quindi chiesi alla Fanfara Tirana di registrare solo la voce di Niko (Hysni Zela) e gli strumenti a fiato. Poi, individuare i Transglobal Underground per me è stato facile in quanto sono il loro agente da almeno una decina d’anni. Conosco molto bene il loro genio creativo. Inoltre avevo chiamato Johnny Kalsi della Dhol Foundation o i percussionisti di Peter Gabriel come li conoscono in tanti per la loro partecipazione in quasi tutti i suoi album. Lui suona dhol, tablas e percussioni. Avevo praticamente tutto, percussioni, il batterista dei TGU Hami, che campiona anche elettronica, Tim che è un genio dell’elettronica e tastiere, Sheema che ha aggiunto lo strumento a corda il sitar e la voce nera di Tuup che “dubbia”, fa l’MC e si diverte con il reggae.

P.A. – Alla fine, possiamo dire che ciascuna band ha dovuto fare un compromesso. E’ stato difficile trovare un punto d’incontro?

O.S. – Non particolarmente. Entrambe le band hanno colto che stavano realizzando qualcosa di importante e molte volte sono tornati in studio per registrare di nuovo tracce che non convincevano oppure idee del tutto nuove. I TGU mi chiedevano spesso se alla FT andasse bene o se avevano esagerato con il loro intervento. Ero io a spronarli ad osare di più. Loro sono stati delicati e non hanno mai alterato il concetto di base o la musica veramente tradizionale. Come esempio, porto il primo brano Qaj Marò. Hanno amplificato il dub che nella musica albanese esiste di suo, il fattore trans, e hanno inoltre aggiunto il sitar che quando entra ti sembra di ascoltare le atmosfere dei The Doors. Adoro quel brano! La voce di Niko poi è superba.

P.A. – La mia impressione è che, strano a dirsi, a questo grande successo all’estero, non è conseguito lo stesso successo o, quanto meno, la stessa attenzione mediatica in Albania. E’ così? E se è così, da cosa pensi che dipenda?

O.S. – Per primo non abbiamo mai spinto molto sul versante albanese anche perché lì, mancando il mercato discografico,il disco non è nemmeno uscito nei negozi. Purtroppo la cultura musicale albanese, colpa anche dei media, è molto povera al momento. Prevalgono il pop, il commerciale o peggio ancora il turbofolk. Nella conferenza stampa che abbiamo fatto a Tirana, dopo venti minuti che parlavamo dell’importanza o almeno della nostra ferma volontà a non essere un progetto pop, le giornaliste, che erano presenti e che avrebbero dovuto scrivere, ci chiesero cosa intendessimo per pop e commerciale. Ci siamo visti negli occhi e abbiamo lasciato perdere di insistere su quel versante. Quanto alle istituzioni non ne parliamo. Si può dire che sia l’unico prodotto musicale che l’Albania esporta con successo da almeno 12 anni senza alcun aiuto da parte degli enti pubblici. Per il 2015 abbiamo una tournée di oltre 30 date nei più grandi festival degli Stati Uniti d’America e il Canada. Provai a chiedere il rimborso dei soli biglietti. Sarebbe stato un grandissimo feedback in termini d’immagine per l’Albania. Eppure non hanno nemmeno preso in considerazione la possibilità. Siamo un paese povero e con poche risorse e ho paura anche molto poco preparato nel capire quali siano le giuste politiche culturali da seguire. Le nostre istituzioni preferiscono sostenere un concerto di Bregovic nel Palazzo dei Congressi di Tirana piuttosto che investire in un progetto come questo, molto più bello sia artisticamente che musicalmente parlando (e qui mi riferisco a quello che sostiene la critica musicale internazionale), autentico, unico e sopratutto albanese.

Fanfara Tirana

Fanfara Tirana

P.A.  – C’è anche molta Italia in questo album. Tu vivi qua da molti anni, e mi sembra di capire che la maggior parte del tour si concentra proprio in Italia, complice, ovviamente, anche il grande numero di albanesi. E’ stato importante nella crescita della band o è un dettaglio senza tanta importanza?

O.S. – Di italiano c’è solo la sede della Ballkan World Music Management e la produzione dei due videoclip. Il numero degli albanesi non c’entra. Non ci rivolgiamo al pubblico albanese che spesso non ci conosce e ci scopre la sera del concerto con un misto di meraviglia e orgoglio. Si tratta più che altro del fatto che io dirigendo la più grande agenzia di world music in Italia, forte del suo prestigio e della reputazione acquisita negli anni riesco a concentrare un buon numero di concerti o quasi il 30% dei concerti annuali del progetto. La vicinanza geografica inoltre aiuta molto dato il costo dei voli contenuto. Molte offerte in Europa siamo costretti a respingerle per il solo fattore dei costi dei voli che, per un progetto di 20 persone di produzione compresi i 3 tecnici, non è indifferente.

La band sta tuttora crescendo. Sappiamo molte più cose di un anno fa. Credo che la perfezione arriverà con il prossimo album e con una produzione veramente molto accurata in tutti i suoi dettagli.

P.A. – Abbiamo vissuto, per circa 20-30 anni, l’esplosione della musica balcanica in Europa. Successo nel quale, va detto, gli albanesi sono rimasti sempre ai margini, a scapito di band bosniache, serbe e rom. Eppure, negli ultimi anni, noto che l’interesse ë calato. Kabatronics è un eccezione, oppure è il nuovo che arriva?

O.S. – Il Manifesto ha osato a definirlo quasi un nuovo genere musicale. Alias lo stesso. I critici sostengono che sia qualcosa di totalmente nuovo e mi trovano d’accordo. Non si tratta del solito unza-unza style a la Bregovic che a ragione Elio e le Storie Tese hanno detto che “ha rotto un po i coglioni”. Inoltre la scoperta del nostro Kaba, o della musica del sud Albania in special modo, ha particolarmente e piacevolmente sorpreso la critica e il pubblico. Questo album ha detto in poche parole che la musica balcanica può essere molto più differente di ciò che pensate di sapere.

P.A. – Altri progetti in cantiere?

O.S. – Stiamo già lavorando al secondo album della Fanfara Tirana probabilmente di nuovo con l’apporto dei TGU ma forse questa volta solo in fase di produzione in studio. Vediamo, è un work in progress. Altro progetto riguarda Niko (Hysni Zela) e il suo coro polifonico (Albanian Iso-Polyphonic Choir). Stiamo puntando a un album che miri dritto al Grammy Award. Vedremo ma spero che le mie aspettative si avverino. Poi c’è qualcosa in arrivo dal Kosovo ma è ancora prematuro parlarne. Mi rendo conto di essere l’unico a poter dare respiro internazionale alla musica albanese e anche se lo volessi non posso più tirarmi indietro. Alla pressione quotidiana delle band albanesi si aggiunge anche quel pizzico di orgoglio nazionale.

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