Da Enmigrinta: Intervista a Jamal Ouassini

di Elfi Reiter

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Anni fa ho sentito dei brani rap molto acuti suonati da gruppi palestinesi nei cui testi i giovani denunciano la loro situazione di vita quotidiana, le violenze subite, i conflitti, i piccoli fatti del giorno. Sono testimonianze, tra l’altro, di una realtà musicale vivace nella Palestina, in una terra dove solitamente sono i boati delle bombe, il ratatatà dei fucili e il rimbombo dei carri armati a tener alto il livello della scena, componendo di giorno in giorno, anzi di ora in ora, se non di minuto in minuto, la colonna sonora. Inaudita, inarrestabile, sparata a random a volume fortissimo nell’aria. Queste sonorità fungono da base in cui irrompono via via con impeto le voci acute delle madri che piangono i propri figli, morti, oppure le urla strazianti di parenti di vittime saltate per aria, casualmente, senza un motivo, senza giustizia , senza causa.

Agli inizi di giugno u.s. era annunciato uno storico e promettente incontro per la pace nel Vaticano tra Peres e Abu Mazen con Papa Francesco. I dialoghi erano accompagnati da intervalli musicali, suonati dal vivo. Chi era a far librarsi nell’aria possibili ipotetiche vibrazioni armoniose? Un musicista di origini marocchine che da anni si dedica al dialogo interculturale nel mondo dei suoni, girando in lungo e in largo l’Europa e non solo: Jamal Ouassini. Correvano gli anni ottanta quando aveva sentito dentro di sè scattare la scintilla che lo avrebbe avvicinato alle tradizioni culturali nel Mediterraneo favorendo incontri con musicisti andalusi, turchi, greci e italiani, per suonare insieme e scoprire non di rado ritmi e fraseggi comuni. Quella nota come “tradizione sefardita”, attribuita alla musica ebraica nel Mediterraneo, diffusa soprattutto in Andalusia perché “sefarad” in ebraico sta per “Andalusia”. Mescolare e mescolarsi viene naturale quando si cresce in un melting -pot culturale come Tangeri, città che ha ospitato parecchi poeti, dove erano passati portoghesi, inglesi, francesi e spagnoli. Ho raggiunto Jamal Ouassini al telefono per far due chiacchiere sul promettente incontro a tre che troppo presto si è rivelato essere stato una bella bolla di sapone: tanti colori, trasparenti, ma di fatto fragilissima e esposta al benché minimo soffio d’aria…

ouassini

Com’era nato quel concerto?

Verso la fine di maggio mi trovavo a Palermo, mi sono fermato a salutare degli amici dopo il concerto a Catania con Franco Battiato. Era la prima data in Sicilia del nostro progetto Diwan. Uno di quei giorni ho ricevuto una telefonata dalla segreteria del Vaticano, un signore si è presentato come “padre …” parlandomi in italiano e cambiando subito dopo in un ottimo arabo. Mi ha chiesto se ero disponibile l’8 giugno per partecipare a un grandissimo evento dal titolo Invocation for Peace. Mi ha spiegato di cosa si tratta e chi sono gli invitati. Questo invito mi ha fatto molto felice, è un grande onore per me, mi hanno scelto, probabilmente per i miei vari progetti musicali del passato che erano su questo tema, come ad esempio Encuentro en Tanger con l’Orchestra Arabo Andalusa di Tangeri, da me diretta, un lavoro musicale sulle tre culture del Mediterraneo e che ha visto tre cantanti, grandi solisti: Youness Chadigan dal Marocco, Estie Kenan Ofri dell’Israele e Stefano Alberello dall’Italia.

Qual è stata la tua esperienza personale come musicista chiamato per un tale compito, culturale eppure di grande portata politica?

Eravamo ospitati nei bellissimi giardini del Vaticano, è stato un incontro – direi, molto intimo – con poche persone. Vedere il papa, Abu Mazen e Peres, in silenzio, ad ascoltare quasi in uno stato di meditazione, momenti di musica che si alternavano a preghiere e letture varie, è stata un’emozione fortissima. Lo eravamo tutti, molto emozionati, e io continuavo a pensare che questa volta sarebbe davvero cambiato qualcosa! Purtroppo, come sappiamo, le cose sono andate diversamente…

Che cosa hai suonato?

Al telefono il padre che mi aveva chiamato mi chiese di suonare qualche brano che rappresenti la comunità musulmana. Gli spiegai che non esistono musiche scritte e definite per occasioni simili e che avrei potuto improvvisare attorno a qualche tema di contenuto spirituale. E così è stato: avevo tre interventi in tre momenti diversi, ho preso tre piccole melodie tradizionali che di solito si cantano nelle cerimonie religiose e ho improvvisato, suonandole, mentre pensavo che questa sarebbe stata la mia preghiera!!! Volevano una preghiera ma nella cultura araba non si usano gli strumenti musicali per accompagnarle, così ho preso una nota melodia medievale attribuita al canto con il quale è stato accolto il profeta Mohammad al suo arrivo nella Medina. e l’ho “recitata”.

Qual era la tua impressione rispetto ai due politici in quel momento?

La mia impressione, rispetto a Abu Mazen e Peres in quel momento, è stata quella di due persone che si conoscono bene, che sono molto abituati a incontrarsi, li vedevo sorridere, come quando vedi due amici che si scambiano delle battute.

Qual era la tua impressione riguardo alla portata socio-politico-culturale di quello storico incontro in terra non neutra, dato che il Vaticano è la sede di quella religione che reclama come suoi alcuni luoghi di Gerusalemme?

La mia impressione era che quest’incontro fosse davvero diverso dagli altri. Il papa ha invitato i due nei giardini di casa sua, con poca gente, offrendo un aperitivo, una cena, con musica, suonata da musicisti provenienti dalle tre culture. Era un incontro, dove non si sarebbe firmato nessun accordo e non si sarebbero fatte né richieste o cessioni. Papa Francesco ha detto frasi davvero illuminanti, del tipo “per fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra”.

Rispetto al Vaticano come terra non neutra, non ci avevo pensato, comunque, pensare a Gerusalemme come una capitale delle nostre tre culture monoteiste del Mediterraneo sarebbe fantastico!

ouassini2Sei mai stato in Israele?

In Israele non sono mai stato, sono stato invitato diverse volte, o per partecipare a un festival o per una collaborazione a un progetto musicale. Ho sempre rifiutato. Mi ricordo l’invito per il festival della pace a Gerusalemme di qualche anno fa, c’erano stati anche in quel periodo molti bombardamenti su Gaza e gli chiesi di invitare un musicista palestinese se la pace era l’obiettivo… Non ho più avuto notizie. Ho collaborato invece a diversi progetti qui in Europa, zona neutra, con musicisti provenienti da quella terra che non si riconoscono nelle politiche del governo israeliano. Per me, finché non cambia quel governo e quella classe politica, finché non si riconoscono i diritti di un popolo espropriato della sua terra, dell’autodeterminazione, non ci metto piede!!!!

Tu sei nato e cresciuto a Tangeri, com’è percepita la “questione” Palestina-Israele sull’altra sponda del Mediterraneo?

Nato e cresciuto a Tangeri, la città, direi, delle tre culture per tradizione. Siamo cresciuti convivendo con i cittadini che vanno alla moschea, altri in chiesa e altri alla sinagoga, ma sentendoci tutti tangerini.

Suoni il violino, hai studiato musica a Verona, hai suonato in giro per l’Europa, come vivi tu il multi-culturalismo?

Personalmente vivo il multiculturalismo con molta semplicità, come ho sempre vissuto. Sono cresciuto in un quartiere spagnolo di Tangeri, con tante famiglie ebree, da piccolo giocavo con bambini spagnoli e arabi, passavamo con grande semplicità da una lingua all’altra, festeggiavamo il ramadan, il natale, la pasqua, per noi era normalissimo tutto questo. Con la musica ho solo continuato a spostarmi e a conoscere persone, abitudini e tradizioni!

Secondo te, c’è una via che può condurre alla pace in quel crogiuolo di conflitti continui che sono i cosiddetti “territori occupati” che di fatto erano e sono la terra della Palestina?

Non c’è dubbio sul fatto che i territori sono occupati e che i palestinesi hanno il diritto alla loro autodeterminazione! Penso che l’unica via sia una forte reazione interna, che tutti quelli che abitano quella terra e che hanno un passaporto israeliano facciano in modo che vadano fuori i militari dal governo, affinché si cambi l’intera classe politica. E che non si associ più la fede al diritto della terra o della cittadinanza.

Nei tuoi concerti e nei tuoi dischi, usciti tra l’altro con diverse formazioni di cui una era la Tangeri Cafè Orchestra, hai sempre posto grande attenzione agli incroci musicali, alle contaminazioni tra sonorità e vocalità, tra le culture, la musica potrebbe essere una via percorribile?

La musica è una via percorribile, la musica è andata oltre, i musicisti si incontrano, dialogano e creano da secoli un linguaggio musicale che via via si è evoluto grazie a incroci e contaminazioni, cosa che si continua a fare a tutt’oggi.

Esiste una tradizione musicale palestinese e una di musica israeliana?

C’è un repertorio di canti e ballate sia per la fede ebraica, che per quella cristiana e quella musulmana, Oggi si parla di musica ebraica, di fatto indefinibile, un ebreo considera sua la tradizione musicale del paese di provenienza, quindi a seconda della sua provenienza, se viene dal Marocco, dal Libano, dallo Yemen, dalla Somalia, eccetera.

 

Fonte: Enmigrinta, rivista interculturale, Merano/Bolzano. Luglio 2014

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