Cooperazione Italiana in Africa: si apre una nuova stagione di caccia neocoloniale?

Il Senato della Repubblica approva il disegno di legge sulla Cooperazione internazionale. Molte le novità rispetto alla legge datata 1987.

Di Marcella Rodino

E’ tempo che l’immagine dell’Africa (subsahariana) si rinnovi. “Dalle pance gonfie dei bambini, a terre in forte crescita e sviluppo”. Da terre meta di aiuti, a occasioni di rilancio economico-commerciale per piccole e medie imprese italiane in crisi.

Il passo è enorme. Ma sembra che il mondo sia cambiato, che l’Italia non si sia accorta di come negli ultimi decenni proprio al di là del mare qualcosa si stava muovendo. Scavalcata da tutti, a partire dai Paesi europei e dai Bric, l’Italia oggi scopre un’Africa diversa.

bisteccafricaIl 25 giugno scorso passa al Senato il disegno di legge ministeriale di riforma della Cooperazione internazionale. La legge era ferma al 1987. Le grandi novità del nuovo testo, che ora dovrà essere discusso alla Camera, è che sarà il vice-ministro del Ministero Affari Esteri ad avere la carica politica alla Cooperazione internazionale e le imprese profit potranno accedere ai fondi della cooperazione per finanziare progetti di internazionalizzazione nei paesi in via di sviluppo. Non ci sono stati voti contrari, solo astenuti. A precedere il voto, è stato tra le altre cose, un rapporto curato dall’Ispi- Istituto di politica internazionale e commissionato dal Ministero degli Affari Esteri, dal titolo “La politica dell’Italia in Africa. Contesto, interessi e scenari della presenza politica ed economica italiana nell’Africa subsahariana”. Un rapporto che vorrebbe trattare le relazioni tra l’Italia e l’Africa subsahariana, a tutto tondo. Si trovano le relazioni economico-commerciali e la presenza nell’area della nostra cooperazione internazionale. Il rapporto mette in evidenza una crescita annuale del 4-5% del Pil, gli enormi sviluppi dei processi di state building, e una tendenza negli ultimi decenni, dell’investimento italiano nella cooperazione allo sviluppo inversamente proporzionale alla crescita. Identifica nove paesi prioritari su cui vale la pena soffermarsi: l’Angola, l’Etiopia, il Ghana, il Kenya, il Mozambico, la Nigeria, il Senegal e il Sudafrica.

E’ il disegno di legge a sancire il passaggio epocale. E lo fa a partire da concetti fondamentali: dall’aiuto si passa alla cooperazione. Eppure sono all’ordine del giorno le chiamate pubbliche di organizzazioni governative e non a sostenere l’adozione a distanza, la creazione di ospedali, scuole e servizi di primissima utilità. I flussi migratori e il numero di richiedenti protezione su scala mondiale non sembrano diminuire. Secondo il rapporto Global Trends dell’Unhcr, nel 2013 sono 51,2 milioni le persone sradicate a forza dai loro luoghi di residenza. Sei milioni in più rispetto al 2012. Ad aumentare il dato non sono solo i siriani, ma si registra un aumento anche di africani.

Eppure la rappresentanza laica delle organizzazioni non governative italiane saluta con entusiasmo il passaggio dall’aiuto alla cooperazione. “Occorre superare il concetto di APS, aiuto pubblico allo sviluppo, ed esprimersi in termini di CPS, cooperazione pubblica allo sviluppo, mettendo fine alla logica assistenziale, con donatori e beneficiari, che non può produrre risultati duraturi e non è gradita agli stessi paesi partner”, scrivono in una nota le reti Link 2007, Cini e Associazione Ong italiane, presentata alla Commissione Esteri del Senato durante l’audizione del 20 marzo scorso. E continua: “Occorre infatti restituire alla cooperazione internazionale allo sviluppo il suo valore nelle relazioni internazionali dell’Italia, riconoscendone il carattere di irrinunciabile investimento per il nostro Paese e per il futuro del mondo globalizzato, oltre che di preciso dovere etico di solidarietà”.

Ma come conciliare 40 anni di storia dell’aiuto allo sviluppo con la nuova politica estera dell’Italia? “Sotto la spinta rinnovatrice del post-Concilio, gli ideali dell’evangelizzazione sono andati ad alimentare la cooperazione internazionale, dando corso a un gran numero di Organizzazioni non governative attive nei Paesi terzi e fortemente attente alle interpretazioni del messaggio cristiano fornito dalla Chiesa – scrive sul suo blog Davide Rigallo, esperto di intercultura e cooperazione allo sviluppo in Africa . “In Italia, l’esempio forse più rilevante è quello della Focsiv (Federazione Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontari), nata nel 1972 sull’onda del messaggio contenuto nella Populorum progressio di Paolo VI (1967). Nell’enciclica papale non si eludeva l’elemento economico, anzi lo si poneva al centro di possibili strategie atte a dare dignità integrale alle popolazioni di quello che allora si chiamava Terzo mondo. ‘Le nazioni sviluppate hanno l’urgentissimo dovere di aiutare le nazioni in via di sviluppo’: nelle parole di Paolo VI la direzione è chiaramente indicata: va da nord verso sud, dalla ricchezza verso la povertà, dallo ‘sviluppo’ verso l’universo indigente. Non c’è orizzontalità, scambio di interessi, do ut des. E si parla di ‘dovere’, non di possibilità”. Davide Rigallo pone dei quesiti legittimi, di coerenza con la storia della cooperazione italiana allo sviluppo, in particolare quella di matrice cattolica. E commenta a Prospettive altre: “Nel Rapporto Ispi vengono elencati tre motivi per cui appare d’obbligo rinnovare la politica estera italiana verso i paesi africani. Tra questi – afferma Rigallo -, il secondo spicca per la novità. ‘La seconda (ragione) è legata alla fase storica che l’Italia attraversa e alla possibilità di contribuire al rilancio dell’economia nazionale ‘agganciandola’ maggiormente all’espansione economica africana in corso’”. Secondo Rigallo nel rinnovamento che si tratteggia, la cooperazione allo sviluppo diventa un qualcosa di molto simile al commercio con l’estero: un fatto essenzialmente di interessi economici. Di più: di interessi economici nostrani.
 “Mi piacerebbe che le cose si chiamassero con il loro nome. Nessuno demonizza il commercio con l’estero, ma in questo caso la cooperazione parte da paesi occidentali che comunque hanno un’economia avanzata, finanziariamente soprattutto, rispetto ai paesi africani, dove gli squilibri sono nettamente maggiori rispetto ai paesi europei”. L’indice di sviluppo quindi per Rigallo non è dato tanto dal Pil, ma dalla ridistribuzione delle ricchezze, molto diversa ad esempio da quella dell’Italia.

«Sono d’accordo con chi ha mosso delle critiche all’impostazione e al linguaggio usato nel rapporto Ipsi – dichiara Gianfranco Cattai, presidente della Focsiv -. Non entra, infatti, in gioco l’interesse dei paesi africani nelle operazioni di investimento all’estero delle imprese italiane. Si parla di internazionalizzazione delle nostre Piccole e medie imprese (Pmi) in Africa, ma se vogliamo parlare di cooperazione dev’essere preso in considerazione l’interesse dell’altro, il co-sviluppo, o quello che io chiamo partenariato economico». Se l’internazionalizzazione delle Pmi deve accedere ai fondi della cooperazione internazionale, così come enunciato dal disegno di legge di riforma della cooperazione internazionale, a maggior ragione ci dovrebbe essere la preoccupazione che avvengano dei partenariati economici a beneficio di entrambe le parti.

Il presidente della Fosciv, che ha partecipato a diversi tavoli nell’ultimo anno come Federazione e Forum del Terzo settore, afferma che, anche nella bozza di disegno di legge passata al Senato, non è previsto il coinvolgimento della società civile e delle Ong come soggetti proponenti, soggetti attivi. «E’ previsto per le Ong un ruolo di soggetto esecutivo che può avere accesso ai fondi su iniziative progettate da altri». «Al tavolo interistituzionale a cui ho partecipato – prosegue Cattai – ho dato la disponibilità del nostro sistema di Focsiv ad accompagnare dei percorsi di presenza delle nostre imprese negli stati obiettivo. Non ho dubbi su questo, ma a due condizioni: che si progetti insieme all’impresa perché tra gli obiettivi ci sia lo sviluppo economico locale e che il sistema delle ong non venga messo in vendita. Non vogliamo tradire la nostra mission. Noi siamo sui territori in via di sviluppo perché crediamo in una causa, che è quella dell’ultimo. Noi possiamo metterci la faccia, garantendo per l’impresa italiana, a patto che questa sia etica».

Dello stesso parere sono le reti laiche Link 2007, Cini e Associazione ong italiane, secondo cui il Ddl di riforma della cooperazione internazionale non esplicita quali debbano essere le caratteristiche necessarie delle imprese che vogliano prendere parte a progetti di cooperazione internazionale. «Il riconoscimento dei soggetti aventi finalità di lucro, se da un lato corrisponde alla necessità del coinvolgimento della dimensione imprenditoriale (media e piccola, in particolare) nei processi di sviluppo, dall’altro pone alcuni problemi ai quali il Parlamento dovrà ovviare». Secondo tali reti, cooperare per lo sviluppo implica, anche per le imprese profit, alcune condizioni che il Ddl non prevede, diversamente da quanto avviene per i soggetti no profit, che sono invece ben definiti e normati. «Anche le imprese profit dovranno essere richiamate all’applicazione dei principi dell’efficacia – recita la nota destinata alla Commissione Esteri del Senato -, a partire da quello dell’ownership e trasparenza; dovranno essere stabiliti inequivocabili criteri di valutazione quali per esempio il rispetto degli standard di responsabilità sociale fissati dalle linee guida dell’OCSE e dalla risoluzione del Parlamento europeo in materia di investimenti internazionali, il rispetto delle clausole sociali e ambientali e delle norme internazionali sui diritti umani e sul lavoro, la verifica dell’osservanza di tali standard e clausole nelle precedenti attività dell’impresa e, solo dopo tale verifica, la conseguente iscrizione e il mantenimento in un albo», istituito presso la nuova Agenzia per la Cooperazione internazionale.

«Ci sono mondi che tra di loro non si parlano molto – commenta a riguardo Egidio Dansero, docente universitario ed esperto di cooperazione allo sviluppo -. Le imprese che internazionalizzano da sole, non passano attraverso l’esperienza e il mondo della cooperazione internazionale. Nel processo in corso è interessante farli comunicare. Perché il mondo economico imprenditoriale parla il suo linguaggio, quello della competizione, e non quello della cooperazione».

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