Il cuore grande dei volontari tarantini in occasione dell’emergenza migranti

Taranto – Un contributo di Eleonora Masi 

Il “Baby Club” di via Cheradi, angolo via Campania, si trova in una strada non lontana dal trafficato lungomare di Taranto, città già in difficoltà per altri motivi che ha affrontato con estrema dignità lo sbarco di quasi 4000 migranti dirottati dal Canale di Sicilia dallo scorso lunedì 9 giugno. Tutti rifugiati di guerra, provenienti per lo più da Siria e Africa. La maggior parte dei minori non accompagnati vengono sistemati in questo asilo da cui soffitti pendono ancora i cartoncini colorati allestiti per la festa della mamma.

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Foto: Eleonora Masi

I ragazzi del BabyClub sono arrivati perlopiù nella serata di martedì 10 giugno, con la nave San Giorgio, insieme ad un altro migliaio di profughi. Erano in 43 a cui si sono aggiunti altri 19 minori nella notte del 16 giugno, con il secondo sbarco di quella stessa nave militare che tornava al Porto San Cataldo.

All’inizio fra molti diciassettenni, qualcuno dichiarava di essere maggiorenne. Fra loro quattro ragazzi nigeriani che non volevano affatto restare al BabyClub di Taranto. Pretendevano di raggiungere Milano, per un centro per i rifugiati che fosse più attrezzato. Infatti, Taranto non era pronta. Non aveva strutture per questo genere di eventi che non ha mai affrontato prima d’ora. Quelli attualmente adibiti sono edifici pubblici momentaneamente inutilizzati, messi a disposizione dal Comune di Taranto. Per il resto le istituzioni dicono di essere impotenti, come nel resto d’Italia e d’Europa. Tuttavia, di ora in ora le piccole organizzazioni locali guidate dalle autorità competenti sono riusciti ad ingranare una macchina impensabile che ha generato veri e propri miracoli. C’è l’associazione Salam incaricata dalla Questura, l’associazione Noi e Voi che guida i lavori nell’altra struttura dell’ex mercato Ortofrutticolo del quartiere Tamburi – a ridosso dell’Ilva – c’è la Caritas che fornisce i pasti giornalieri, ci sono i Mister Sorriso coi loro nasoni rossi di plastica. Gli Scout, la Protezione Civile, i vigili urbani che prestano servizio d’ordine. Mancano all’appello tutte le organizzazioni umanitarie internazionali che hanno le loro sedi nel capoluogo ionico o nei dintorni.

Ci vuole pazienza nell’oliare e connettere gli ingranaggi giusti, esclusivo frutto della buona volontà, ma come convincere a restare chi ha già atteso il proprio destino? Come fargli capire che scavalcare di nascosto il recinto che separa la campana di vetro del BabyClub dal resto del mondo non gli darebbe la libertà che cerca? Lamin ha scelto di rimanere, vorrebbe solo fare una passeggiata per visitare quella Taranto di cui si è innamorato senza neppure vederla, perché i tarantini sono stati gentili e generosi con lui. Lamin è partito dal Gambia da quasi due anni. non sa quanti Paesi ha attraversato, si ricorda bene l’ultimo perché era tutto un “pum, pum, pum” come racconta mimando un fucile. La Libia.

Foro: Eleonora Masi

Foro: Eleonora Masi

I primi giorni, a pranzo e a cena, in assenza di tavoli, i ragazzi prendevano il pasto caldo e si poggiano spontaneamente sul muretto del cortile, con la faccia rivolta verso la ringhiera. Si sedevano sulle seggiole dei più piccoli, coi loro corpi esili, alti, sbilanciati, come tutti i diciassettenni ad un passo dall’essere adulti. Come tutti gli adolescenti, oltre al pallone volevano un cellulare per chiamare casa, una radio per ascoltare un po’ di musica, una tv. Un orario ed un tappeto per pregare, una mappa per sapere dove si trovano. È così che senza attendere un coordinamento di esperti, i volontari, guidati dall’imperativo categorico del donare, hanno cercato di accontentarli per strappare un sorriso d’avorio a quei volti ormai distesi, e, soprattutto, ormai conosciuti, amici. Si crea una rete che supera ogni barriera, ogni pregiudizio, ogni scusante, ogni assenza. Sul gruppo Facebook “coordinamento aiuti volontari Taranto” si avanzano gentilmente le richieste e una generosa catena di solidarietà oltre a fornire il necessario per tutte le strutture. In particolare il BabyClub si trasforma in un centro di accoglienza che fa invidia a quelli ufficiali.

Non solo beni di prima necessità, quindi: si cercano fogli, pennarelli. Piano piano si aggiungono i dizionari, qualche libro. Con altrettanta velocità si improvvisano le prime lezioni di italiano. Non c’è un educatore, ma giovani ragazze laureate in lingue o con precedenti esperienze all’estero. A distanza di una settimana al Baby Club non c’è una parete libera. Tutto è tappezzato da cartelloni colmi di disegni, parole tradotte dall’inglese, dal francese, dall’arabo. E le parole diventano lentamente frasi che loro stessi compongono. Ognuno adesso ha il proprio quaderno e la propria penna. I ragazzi aspettano “le maestre” per imparare ogni giorno qualcosa di nuovo.

Foto: Eleonora Masi

Foto: Eleonora Masi

I volontari sono aumentati di minuto in minuto ed è diventato necessario fare dei turni. Così, talvolta qualcuno saluta e va via, a malincuore. Ci si allontana col terrore di non ritrovarli all’indomani, perché non possono stare qui per sempre, perché la bellissima bolla di sapone, prima o poi, tornerà ad essere un asilo, e la bella Italia che si immaginano si rompe facile.

In sei, infatti, vengono indirizzati verso una casa famiglia del leccese: è il primo distacco. In sei, impauriti, varcano la soglia di quei cancelli che gli altri guardano con curiosità ed apprensione. Sono spaventati e attratti allo stesso tempo. Li si saluta raccomandando loro speranza e gioia: sono stati così forti finora, hanno attraversato il mare e sono vivi. Adesso, tutto dovrebbe essere più facile. Forse.

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