Storie di banane, veli e hashtag

Nel giro di poche ore il web si è scoperto antirazzista e quasi islamofilo. Tutto merito di un velo e di una banana. La storia del frutto della concordia, la banana, la sanno tutti: un tifoso razzista che lancia una banana al cospetto del calciatore Dani Alves, questo la raccoglie, la sbuccia e se la mangia. Il video dell’accaduto diventa virale e subito spunta l’hashtag #siamotuttiscimmie. La rete viene invasa da foto di mangiatori di banane.
La storia del velo invece non è ancora di livello interplanetario, ma poco ci manca. È successo che a una ragazza musulmana di 17 anni, Omaima Razzag, è stato negato uno stage in un albergo di Cattolica per via che porta il velo. Prontamente un giovane blogger e giornalista (Brahim Maarad, marocchino d’origine) ne dà notizia nel suo blog, da lì alcune testate giornalitiche locali la riprendono, subito seguite dall’ANSA e dalle maggiori testate nazionali. Non paga di tanto clamore, la redazione riminese del Corriere della Romagna, sulla scia della storia della banana, lancia la campagna #nonveloilsorriso, con foto di gente che, per solidarietà a Omaima, s’immortala nei social network indossando il velo. “L’intento è di dare una risposta chiara a chi aveva sostenuto di non potere godere del sorriso della ragazzina a causa del suo velo”, spiega Maarad in un suo recente post.
Le due storie hanno avuto entrambe un esito positivo.
La ragazza col velo è stata contatta dall’albergatore che si è cosparso il capo di cenere e si è detto più che disponibile ad accoglierla per lo stage.
La banana ha sensibilizzato come non mai contro il razzismo.
Due liete storie dunque, e grazie al tanto bistrattato popolo del web. Che una volta tanto ha deciso di fare buon uso della micidiale arma a sua disposizione: l’hashtag.

#nonveloilsorriso e #siamotuttiscimmie

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