In Parlamento la storia di Samira, attivista simbolo della Rete G2

Un gruppo di Parlamentari capeggiati da Cecile kyenge si impegna a leggere quotidianamente storie di figli d’immigrati in Parlamento per sostenere la riforma della cittadinanza per i figli d’immigrati. La prima storia letta è quella di Samira, attivista della Rete G2-Seconde Generazioni, scomparsa a soli 29 anni dopo anni di lotta per ottenere la cittadinanza e difendere il suo posto di lavoro

 Roma, 7 aprile – Un gruppo di deputati di diversi schieramenti politici (dal Pd a Scelta Civica, fino a Renata Polverini per Forza Italia) leggeranno ogni giorno in Aula la storia di un giovane o di una giovane senza cittadinanza per sensibilizzare il Parlamento sulla necessità di una riforma della legge sulla cittadinanza. L’iniziativa parte dalla parlamentare Pd, Cecile Kyenge, che sottolinea in una nota: «L’Italia conta circa un milione di giovani nati e/o cresciuti qui. Per la legge restano stranieri, anche se non lo sono Considerano l’Italia la loro casa, la loro Nazione, ma questa Nazione non li considera suoi cittadini. E loro non hanno un’altra patria” che vuole “dare voce in Parlamento ai nuovi italiani».

Ed ecco che viene letta la prima storia quella di Samira, attivista della Rete G2,scomparsa nel 2009, a soli 29 anni. La legge la deputata Fucsia Nissoli Fitzgerald (Gruppo per l’Italia) il 4 aprile scorso.

Rosa. foto: T.Kiya

Rosa. foto: T.Kiya

Samira era nata a Roma dove ha vissuto fino alla sua prematura scomparsa. Figlia di madre filippina e di padre egiziano si era laureata in Discipline dei servizi sociali ed era assistente sociale. Samira è morta da straniera, a nulla sono valse le sue battaglie prima al fianco della Rete G2 per cambiare la legge sulla cittadinanza e poi contro il Comune di Roma per difendere il suo posto di lavoro. A suo tempo infatti non era stata informata di dover richiedere la cittadinanza tra i diciotto e i diciannove anni e dopo l’iter era più complicato. Alla fine non è più riuscita a diventare italiana, come le spettava.

Nel 2004, in virtù del suo curriculum, veniva assunta da un’agenzia interinale, insieme ad altre 13 persone, per lavorare presso uno degli «Sportelli H» istituiti dal comune di Roma per la migliore qualificazione dei servizi rivolti alle persone disabili. Alla scadenza di quel contratto, venne confermata nel suo lavoro, ma fu assunta direttamente dal comune a tempo determinato fino alla scadenza del mandato del l’allora Sindaco. Una volta firmato il contratto deposita tutta la certificazione necessaria, quindi anche la relativa dichiarazione della sua nazionalità: ‘filippina’. Dopo pochi giorni viene contattata dall’ufficio del personale del I° dipartimento del comune: hanno bisogno di chiarimenti sulla sua cittadinanza, perché la legge dice che la pubblica amministrazione non può assumere cittadini stranieri, neppure a tempo determinato (l’unica eccezione riguarda gli infermieri). Samira, quei chiarimenti, li fornisce, come deve e come può: ribadendo, dunque, che è di nazionalità straniera e allegando alla documentazione anche il suo permesso di soggiorno. Dopo una settimana torna al dipartimento per presentare anche il certificato medico d’idoneità al lavoro, vuole sapere se è tutto a posto, e viene rassicurata in tal senso. Così, Samira continua nel suo lavoro, per un anno e mezzo, fino alla fine del contratto. Siamo al maggio 2006: il mese prima, il XVII° dipartimento invia una lettera al dipartimento dove lei è impiegata. Oggetto della missiva è la richiesta di proroga del contratto per il personale a tempo determinato assegnato agli «Sportelli H», e in quella lista si richiede la proroga anche per lei. Ironia della sorte, dallo stesso Comune le continuano ad arrivare le convocazioni per fare il presidente di seggio alle amministrative del 2006. Samira sa di non poter ricoprire quel ruolo, non essendo cittadina italiana, pertanto chiama l’ufficio del personale, che informa, per l’ennesima volta, riguardo la sua cittadinanza. Da quel momento comincia la sua agonia, viene contattata il giorno stesso dal direttore del suo municipio e, poi, da altri impiegati di quell’ente e tutti le domandano per quale motivo sia stata assunta in deroga al vincolo della sua nazionalità, nonostante fosse sempre stata lei per prima a dichiarare più volte negli anni di non essere cittadina italiana. Inizia così un lungo iter che porterà Samira a non essere riconfermata e ad intentare una causa contro il Comune di Roma, che era a conoscenza, secondo lei del fatto che non fosse italiana. Non ritornerà mai al suo posto e nel frattempo vedrà peggiorare le sue condizioni di salute e – come ricordano i suoi colleghi di Rete G2: “ Alla fine se ne è andata da italiana senza cittadinanza, in un Paese che tanto ha amato e che tale amore non ha saputo ricambiarle”.

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