Imprenditori immigrati: tra resistenza eroica e solitudine

di Marcella Rodino 

 Daniel

Daniel Robu non conosce crisi. Dal 2013 è il delegato regionale per il Piemonte della prestigiosa Accademia Nazionale dei Sartori, che ha sede a Roma. «Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto da solo. Senza aiuti da enti pubblici, senza prestiti agevolati. Tutto quello che cucivo, reinvestivo». Arriva a Torino nel 1999, all’età di 26 anni, con il visto da turista. La sua passione per la sartoria era già nata in Romania e dopo qualche anno di lavori come collaboratore domestico, inizia a frequentare sartorie torinesi. «Agli inizi del 2000 ho incominciato a girare nelle boutique per capire i gusti degli italiani e conoscere più a fondo il mondo del tessuto. Per un paio di anni ho lavorato presso laboratori di sartoria e nel 2003 ho aperto la mia Partita Iva». L’unica garanzia per Daniel era la professionalità della moglie, infermiera. «A fine mese uno stipendio fisso era assicurato – afferma Daniel -. E questa è stata la mia fortuna per poter iniziare l’attività». Negli anni Daniel è diventato il sarto di professionisti e di uomini che ricoprono alte cariche, e la sua fama è andata oltre confine, in Svizzera e in Francia.

machina da cucire. foto: USB

machina da cucire. foto: USB

«Un esercito invincibile di 500.000 unità». Così Unioncamere definisce le imprese con titolare di origine straniera in occasione della diffusione dei dati 2013, avvenuta il 21 marzo 2014. Secondo il Registro delle Imprese delle Camere di commercio italiane, le 497.080 unità, di cui 384.318 guidate da cittadini stranieri extra Ue, si sono espanse a un ritmo di gran lunga superiore a quello del totale delle imprese (+4,88% nel 2013 a fronte del +0,21% del totale), e, aumentando di 23.285 unità nel 2013, hanno consentito di mantenere in campo positivo il bilancio anagrafico di tutto il sistema imprenditoriale italiano (cresciuto, nello stesso periodo, di sole 12.681 posizioni). L’apporto della componente straniera al valore aggiunto nazionale ha raggiunto nel 2011 un’incidenza del 12,8%, pari a 178,5 miliardi di euro in termini nominali.

Sotto il profilo della struttura organizzativa si conferma la straordinaria prevalenza di imprese individuali (400.583), sebbene anche nell’universo straniero si rafforzi la tendenza a un incremento delle società di capitali (aumentate del 7,70% nel 2013). Quanto alla provenienza degli imprenditori – con riferimento le sole imprese individuali – il paese leader resta il Marocco, da cui provengono 61.177 titolari. Nel 2013, tuttavia, la Romania (46.029) sottrae la medaglia d’argento alla Cina (45.043). Gli incrementi più forti registrati nel 2013 hanno però riguardato in termini assoluti il Bangladesh (+3.576 imprese).

«Sono oramai 10 anni che esiste il fenomeno dell’imprenditoria straniera – afferma Augustin Mujyarugamba, Presidente di Aipel – Immigrati imprenditori in Lombardia -. Quando la crisi colpisce chi non l’ha mai conosciuta fa più male. Quando arriva a chi la crisi la sta vivendo da molti anni l’impatto è meno forte». «In Italia, più che nel resto dell’Europa, gli imprenditori stranieri hanno trovato spazio per la maggiore diffusione della piccola e piccolissima impresa sul territorio italiano – dichiara a Prospettive Altre Ferruccio Dardanello, Presidente di Unioncamere -. Ma non solo. Sempre più di frequente, si sono fatti strada anche coprendo il vuoto generato dalle difficoltà connesse al ricambio generazionale nella gestione d’impresa in alcuni settori economici, dovute alla scarsa motivazione dei figli, ai guadagni spesso modesti e tempi di lavoro più lunghi. In questo contesto, gli immigrati si sono in molti casi sostituiti agli autoctoni, grazie alla loro grande volontà di lavorare che deriva soprattutto dal desiderio di riscatto sociale, più che economico, e alle più modeste aspettative reddituali». La lettura di Augustin Mujyarugamba, Presidente di Aipel, mette in campo un altro elemento, insolito. «C’è un aspetto che sovente non si considera: l’immigrato è già una persona selezionata. Non è una persona come tante, perché nel suo dna si trova la propensione all’osare, prima caratteristica di un imprenditore. Stiamo parlando di individui con una marcia in più, che lasciano la famiglia e la loro terra, affrontando un viaggio, spesso pericoloso».

Vebi

«Sono arrivato in Italia dall’Albania con uno sbarco a Brindisi. Era il 1991». La fortuna di Vebi Zaneli era di avere un amico a Sestrière, operaio in un cantiere. «Era il 1993 quando mi ha chiamato. Nella stagione estiva lavoravo in cantiere e in quella invernale presso un ristorante», dove Vebi si è fatto apprezzare per la serietà, la professionalità e la dedizione al lavoro. «Nel 2002 ho seguito un corso di 120 ore per ottenere l’iscrizione nel registro esercenti il commercio (REC) a Pinerolo, presso l’Ascom». Un corso che Vebi ha apprezzato molto, grazie al quale ha ottenuto informazioni preziose per avviare la sua attività. «Sotto casa, a Sestrière, c’era un bar – racconta -. Ho deciso con mia moglie di prenderlo in gestione. Conoscevo ed ero conosciuto da fornitori e rappresentanti con i quali ho fatto contratti con una certa facilità, anche grazie all’aiuto del mio ex datore di lavoro, che mi ha fatto da garante». E non solo. Vebi da Claudio è stato più volte rassicurato. «Mi diceva che se le cose non fossero andate bene, ad aspettarmi ci sarebbero stati il cantiere e i suoi ristoranti». Vebi non ha avuto bisogno di prestiti in banca per avviare l’attività e il suo bar da subito è stato frequentato dagli autoctoni, che lo conoscevano ormai da anni. «E’ dal 2009-2010 che sento la crisi. Oggi poi i turisti sono sempre più attenti a non spendere». La moglie, nel frattempo ha ripreso a lavorare in un ristorante di Sestrière.

Dove

Alla fine del 2013, sono tre le regioni nelle quali oltre un imprenditore su 10 è un cittadino di origine straniera (Toscana, 11,67%; Liguria, 10,51%; Friuli Venezia-Giulia, 10,15%) e 14 le province in cui l’imprenditoria straniera supera il 10% del totale del tessuto produttivo locale, con Prato (24,40%), Firenze (14,13%) e Trieste (13,69%) che guidano saldamente la classifica. In termini di dinamica, però, le province che hanno registrato i tassi di crescita più elevati sono state Napoli (+15,25%), Roma (+9,49%), Monza e Brianza (+8,32%) e Milano (+7,69%).

lavoratore

Worker of stones. Foto: Klearchos Kapoutsis

Costantino

«Ho imparato a fare l’imprenditore da solo, un po’ per volta, con il commercialista. Tutti i giorni s’impara. Le informazioni le ho avute anche attraverso gli amici, per passaparola». Costantino arriva in Italia dalla Romania nel 1994. Lavora in imprese edili, ma soprattutto come giardiniere. Nel 2002 ha l’occasione di lavorare per un grosso cantiere edile. «Per lavorare ho dovuto aprire Partita Iva. Sono stato obbligato». Costantino ancora oggi non saprebbe neppure come si fa a chiedere un prestito alla banca. E’ riuscito a sopravvivere con le sue forze. «In passato avevo dei dipendenti, ma ora sono solo. Ci organizziamo il lavoro tra squadre di artigiani e non abbiamo problemi».

Imprenditori Extra-Ue

Tra le imprese straniere quelle guidate dai cittadini extra UE corrono più veloci mettendo a segno nel 2013 un incremento del 5,7% e un saldo positivo di 21mila unità. Salgono così a 384.318 le imprese capitanate dagli extracomunitari (il 77% di quelle immigrate) che rappresentano da sole il 6,3% del totale delle imprese. Commercio (155.183 imprese) e costruzioni (81.810) sono le attività nelle quali si concentra oltre il 60% dell’imprenditoria extra Ue. Seguono con un certo distacco le attività manifatturiere (33.911) e dei servizi di alloggio e ristorazione (28.038). Ma è soprattutto nei servizi alle imprese che, in termini relativi, l’incidenza degli immigrati imprenditori sul totale settore è più elevata (l’11,25% delle imprese registrate, per quasi 19.000 iniziative), anche se a breve distanza troviamo ancora commercio (10%) e costruzioni (9,3%).

«Sempre più spesso la strada per l’occupazione, anche quella straniera, passa attraverso l’autoimprenditorialità – racconta a Prospettive Ferruccio Dardanello -. Gli immigrati che decidono di mettersi in proprio in Italia fanno leva sui modelli produttivi dei paesi di origine e la conoscenza di specifici settori. Elementi che insieme al desiderio di riscatto sociale, alle basse pretese economiche, alla grande volontà di lavorare alimentano la marcia virtuosa degli imprenditori stranieri nel nostro Paese».

 Un esercito eroico e solo

Steel worker. Foto: Bill Jacobus

Steel worker. Foto: Bill Jacobus

 «Ci sono 500 mila imprese guidate da stranieri –afferma Indra Perera- che contribuiscono per circa il’11% al PIL nazionale, ma questa realtà non è mai stata presa in considerazione dalla politica, nel darle visibilità, nell’offrirle momenti ufficiali di partecipazione, ma anche nel darle formazione ed educazione finanziaria». «Aipel esiste poiché gli enti pubblici non hanno dato e continuano a non dare risposte a questa categoria di imprenditori – sottolinea Augustin Mujyarugamba -. C’è la consapevolezza del fenomeno, tanto che anche come Aipel abbiamo ricevuto due premi prestigiosi (San Bernardo 2011 e Ismu 2011) per ciò che stiamo facendo a Milano a livello di sussidiarietà, ma gli enti pubblici continuano a non occuparsene». Aipel è un’associazione di imprenditori di origine straniera che nasce a Milano informalmente nel 1999 e formalmente nel 2003. Attualmente sono circa 400 gli aderenti e circa 80 le nazionalità rappresentate. «Fino al 2009 abbiamo aiutato alla nascita e la crescita dell’impresa – racconta Augustin Mujyarugamba -, redigendo business plan, accompagnando le imprese nella richiesta di prestiti in banca, nel partecipare a bandi per chiedere agevolazioni». Dal 2009 hanno cambiato strategia, non perdendo tempo nella richiesta di prestiti. «Con la creazione del Consorzio Isec, insieme all’Università Cattolica di Milano, le Acli, l’Unione cristiana Imprenditori Dirigenti, e Sodalitas, Aipel è sempre più concentrata nel creare aggregazioni di imprese, che seguiamo al fine di prepararle alla partecipazione a gare d’appalto, anche importanti». Il Cna World di Roma nasce circa 6 anni fa, dall’esigenza di dare una rappresentanza agli imprenditori stranieri presenti a Roma. «Cna World dà un supporto a queste persone, a partire dalla valutazione dell’idea progettuale, orientandole alle diverse tipologie di impresa sino ad arrivare all’accompagnamento dell’attività», spiega Indra Perera e aggiunge: «Questo tipo di servizi dovrebbero offrirli le province, i comuni, con sportelli nelle circoscrizioni delle città». E’ dello stesso parere Augustin Mujyarugamba, che afferma: «Come in tutta Italia, l’ente pubblico è poco attento ai fenomeni, a ciò che cambia. Si moltiplica la burocrazia, e nessuno si vuole assumere responsabilità».

Il ruolo delle Camere di Commercio

«Le Camere di commercio – dichiara Ferruccio Dardanello -, pur non essendo titolari di competenze specifiche in materia di immigrazione, sono consapevoli dell’importanza di questo fenomeno e per questo si stanno movendo per aiutare nel concreto gli stranieri che intendono mettersi in proprio in Italia. Tanto è vero che già nel 2012 ben oltre il 16% delle realtà camerali ha dedicato all’imprenditorialità straniera appositi strumenti e servizi». Ne è un esempio il progetto pilota Start it up che Unioncamere tra il 2012 e il 2013 ha realizzato, in collaborazione con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, per promuovere la nascita di nuove imprese straniere. «Abbiamo aiutato più di 400 migranti aspiranti imprenditori ad elaborare un business plan». A Prato, per fare un altro utile esempio, dove la presenza dell’imprenditoria straniera ha raggiunto livelli record, soprattutto quella proveniente dalla Cina, la Camera di commercio locale ha attivato da 9 anni un servizio di mediazione culturale in lingua cinese. «E siamo pronti a rafforzare il nostro impegno in questa direzione. Perché siamo convinti che sia anche attraverso l’integrazione e la valorizzazione di queste forze produttive che passa la strada di un nuovo rilancio del Sistema Italia».

 

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