All’ombra del porto. Un film sulla condizione degli ambulanti senegalesi a Genova

all'ombra-portoMamba in Senegal aveva una cattedra all’Università. Dada invece faceva l’avvocato. Mentre Isaac è diventato a Genova un notevole stilista, che per qualche anno ha venduto borse per strada. All’ombra del porto loro tre, e molti altri, sono diventati venditori ambulanti, perché non hanno avuto altra scelta e perché senza un permesso di soggiorno non si ha diritto, tra gli altri, ad ambire a fare un altro mestiere. Così raccontano i protagonisti del documentario, firmato da Serena Gargani e realizzato in collaborazione con l’Associazione antirazzista ed interetnica 3 febbraio, che da anni lotta contro le discriminazioni e per la tutela dei diritti umani in Italia. “L’idea di documentare in immagini la situazione degli ambulanti senegalesi è partita dai ragazzi che militano nell’A3F – racconta la regista Gargani – . Quando il progetto è partito, nel 2012, si stava intensificando la tensione nel porto antico di Genova, dove i venditori ambulanti espongono la loro merce. Erano aumentati i controlli, avevano posizionato una camionetta dei vigili in pianta stabile lungo la passeggiata e fatto anche incursioni notturne in casa degli ambulanti. Era quindi un momento difficile, in cui questi ragazzi hanno sentito la necessità di poter raccontare perché si ritrovino a fare un lavoro illegale. Volevano che i genovesi, italiani sapessero che la loro è una scelta senza alternative. Questi uomini, infatti, arrivano in Italia per cercare lavoro, ma senza permesso di soggiorno non riescono ad ottenerlo quindi vendono merce contraffatta perché è l’unico modo che hanno per tirare su due soldi”.

all'ombra-porto-covCome si vive a Genova da venditore ambulante lo racconta bene Lamine, membro dell’associazione 3 febbraio, “Genova è una città complicata. I venditori ambulanti sono senza documenti e per la stragrande maggioranaza vendono roba contraffatta. Non spacciano, ne rubano ma provano a inventarsi qualcosa. Senza documenti non si può fare altro”. Ma rimane pur sempre un lavoro che non piace. “Fare il venditore ambulante significa comprare dal cinese, o andare a Napoli per comprare roba contraffatta. È un lavoro che non mi piace” racconta Thier, tra i pochi che è riuscito in questi mesi ad ottenere il suo primo permesso di soggiorno e di nuovo emigrato questa volta in Germania dove lavora come aiuto cuoco in un ristorante di Amburgo. Il documentario invece è stato girato tra Dakar e Genova e narra in immagini evocative la quotidianità dei ragazzi, le mille difficoltà per sopravvivere da irregolare, la nostalgia struggente che provano quando si pensa a casa. “Ad un certo punto ci siamo resi conto che il nodo fondamentale per capire il perché della loro presenza qui è la famiglia. Spesso non ci si pensa, quando li si accusa di venire qui “per rubarci il lavoro”, non si considera il fatto che probabilmente chiunque di loro, se trovasse un buon lavoro nel proprio paese, se ne starebbe lì, vicino ai suoi cari. Così siamo partiti per il Senegal, ospiti delle madri, zie e parenti rimasti giù, prevalentemente donne e bambini.A loro abbiamo chiesto più che altro di registrare un messaggio per i loro parenti in Italia, per la maggior parte sono stati saluti o preghiere. Quasi nella totalità dei casi, le famiglie ignorano le difficili condizioni in cui si trovano i loro figli, mariti, padri, perché vengono tenute nascoste al fine di evitare troppe preoccupazioni. Questo argomento è emerso anche nelle interviste, ed è anche il motivo per il quale continua a venire molta gente qui, con aspettative che si rivelano poi irreali”. Ecco invece cosa succede realmente all’ombra del Porto antico, secondo quanto spiega Pablo Olivo di 3 Febbraio: “Ci sono dei controlli e degli inseguimenti effettuati dalle forze dell’ordine che ogni volta mettono a rischio l’imcolumità dei venditori ambulanti e delle persone che si trovano nelle vicinanze. Il documentario però descrive in piccola parte questa realtà. Non si capiscono  le motivazioni di fondo, le ragioni della nostra lotta per vivere con dignità”. Vale la pena aggiungere che l’Associazione 3 Febbraio lavora da 18 anni con e per gli immigrati e profughi in tutta Italia. “C’è molto da imparare da chi viene da lontano – continua Olivo – . Dopo aver incontrato tante culture abbiamo imparato che non c’è una migliore dell’altra, tutte vanno migliorate, arricchite, solo così ci potrà essere una cultura dell’accoglienza umana per tutti e tutte. Il 10 ed 11 maggio di quest’anno Genova sarà la sede del Congresso nazionale dove gli immigrati e gli antirazzisti di tutt’italia si riuniranno, discuteranno e deciderano su progetti per rinnovare l’impegno di solidarietà e accoglienza”. Per Gallo la soluzione non può passare solo attraverso le politiche migratorie ma debe essere presa come una questione umana. “ : La politica ha proposto come soluzione la repressione. Ma ora ci vuole una soluzione umana, tutto lì”.

Per informazioni: http://allombradelporto.tumblr.com/

Trailer di All’ombra del porto

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