Tra Africa, Libano e Toscana: peregrinazioni (non solo) artistiche del cantante Emad Shuman

E’ difficile arrivare a Siena, fermarsi un po’ fra le sue mura, e non sentir parlare di Emad Shuman. La sua fama va oltre i confini della città del Palio e della Toscana. Emad Shuman ha un’identità difficile da racchiudere in una carta d’identità, fa parte di quelle persone che praticano il viaggio come destino e condizione di vita: viaggia quando lavora, viaggia quando canta, viaggia quando cucina, viaggia per avvicinare mondi e accorciare le distanze. Cantante, cooperante internazionale e cuoco, Emad e il suo gruppo Kabìla saranno in concerto a Roma al Contestaccio Sabato prossimo ( 29 marzo2014).

In questa intervista parliamo di viaggio, di arte, di Africa, di musica, di mondo arabo, di cucina e dell’Italia.

Prospettive Altre: Emad, la tua biografia è al quanto curiosa: sei d’origine libanese, nato in Sierra Leone, hai vissuto in diversi paesi prima di approdare molti anni fa ormai in Italia. Raccontaci un po’ di questo destino di peregrinazione che sembra marcare la tua vita.

Emad con KabìlaEmad Shuman: Sono nato a Freetown, in Sierra Leone da genitori libanesi, anche loro nati in Africa. Mia madre è nata a Dakar, in Senegal mentre anche mio padre era nato a Freetown. I nonni emigrarono via mare dal Libano dopo la prima guerra mondiale e si stabilirono in Africa. Erano commercianti come la maggior parte dei libanesi che partirono dal Sud del Libano. Mio nonno paterno sposò prima una donna sierraleonese da cui ha avuto il mio zio Abdallah, il mio idolo. Ho quindi cugini “meticci”, tra l’altro i miei preferiti.

Ho avuto un’infanzia e un’adolescenza felicissima. Negli anni Sessanta la Sierra Leone era un paese florido e i venti di guerra erano lontani. Ho frequentato la “Lebanese International School” a Freetown, fondata dalla comunità libanese, molto organizzata. Infatti, ci sono molti luoghi di ritrovo, il Club Sportivo e ristoranti libanesi in tutto il paese.

Ho vissuto quindi lontano dalla guerra civile che scoppiò in Libano nel 1975 e andavo nel mio paese d’origine raramente. Trascorsi un anno in collegio a Sidone, nella scuola di una cugina di mamma, nei primi anni settanta ma poi mia madre mi portò a Freetown per il timore che non la riconoscessi più.

Tornai in Libano per una vacanza a nove anni e poi nel 1983 per studiare all’università. Era da poco scoppiata la guerra delle montagne e l’università rimase chiusa. Durante il mio soggiorno ho rischiato di essere colpito dai cecchini mentre passeggiavo ignaro per Beirut. Ci furono poi gli attentati ai marines e ai militari francesi, mentre il sud del Libano era in parte occupato dai militari israeliani dopo l’invasione del 1982 e i terribili massacri di Sabra e Shatila.

Rimasi a casa di mio zio materno a Tiro, l’aeroporto a Beirut era chiuso e alla fine scappai clandestinamente su una nave merci greca da Tiro a Cipro. Da lì presi l’aereo per Parigi e poi per Freetown

Nel 1986 sono arrivato in Italia per studiare medicina a Roma, dove viveva un mio amico libanese, anche lui nato e vissuto in Sierra leone. Dopo una sosta di 7 mesi a Perugia dove ho studiato l’italiano in modo intensivo, ho cambiato idea e ho eseguito un corso di Tecnico di Laboratorio Medico ad Arezzo. Ho lavorato 10 anni in una piccola clinica aretina.

Nel dicembre 1998, tornai a Freetown per aiutare mia madre a chiudere l’attività commerciale di mio padre, scomparso 4 anni prima. Era scoppiata la guerra civile nel 1997 e volevo portare via la mia mamma in Libano, dove la guerra era ufficialmente finita nel 1991

Il 6 gennaio 1999, entrarono i ribelli a Freetown e a casa nostra. Uno di loro mi colpì all’occhio e rimasi con i vetri frantumati dentro l’occhio per 20 giorni, fino al mio rientro in Italia. Furono giorni terribili: incendiarono la nostra casa ma riuscimmo a salvarla per miracolo. C’erano cadaveri abbandonati per le strade, cecchini, massacri in varie zone della capitale, amputazioni delle arti ed altri atti disumani.

Questa esperienza segnò la mia vita. Al mio rientro in Italia e dopo la mia guarigione, decisi di mollare tutto ad Arezzo e proseguire il mio desiderio di entrare nel mondo della cooperazione internazionale. Ho dato le dimissioni e mi sono trasferito a Siena nel 2001 per studiare Scienze Politiche all’Università, indirizzo Relazioni Internazionali. Dal 2006 collaboro con la Regione Toscana e alcune ONG nel campo della Cooperazione Internazionale.

 

P.A.: Sei eclettico anche per quel che riguarda il tuo percorso professionale: interprete e traduttore, cooperante internazionale, cantante e cuoco in vari ristoranti senesi di pietanze arabe. C’è qualcosa che mi scordo?

E.S: Tecnico di laboratorio medico, cameriere, accompagnatore di delegazioni di tecnici e politici in visita in Italia quindi consulente dello Shopping last-minute, ballerino (inevitabile, visto che sono nato in Africa)…

 

P.A.: Ecco parliamo innanzitutto di musica, tu sei un cantante in diverse realtà creative che non sono solo dei semplici gruppi di musica etnica, e penso in particolare a Kabìla e all’orchestra multietnica di Arezzo, ma sono dei veri laboratori di contaminazioni musicali, culturali, linguistici, etnici e religiosi, parlaci prima dell’OMA che io ho avuto il piacere di vedere qualche anno fa a Firenze e ho visto quanto la vostra musica sia trascinante, come è nata l’idea e che valutazione dai della qualità di queste contaminazioni?

E.S: L’idea di fondare un’Orchestra Multietnica credo sia venuta proprio a Siena, in una serata di Aprile 2007. Partecipavo col mio gruppo Bidaaya, alla serata finale della settimana “Salaam Pace Shalom”, organizzata dal comune di Siena. In quella iniziativa s’incontravano giovani palestinesi, israeliani e senesi e scambiavano le loro esperienze In Bidaaya cantavo brani della tradizione araba insieme a 1 musicista siriano, 1 altro palestinese e 3 italiani. Rappresentavamo la parte araba della serata. Ci precedeva un gruppo toscano con canti e balli tradizionali, mentre la Homeless Orchestra, guidata da Enrico Fink, ebreo fiorentino, rappresentava la parte ebraica

A cena nacque l’idea di collaborare insieme e, pochi mesi dopo, si fondò l’OMA ad Arezzo, la mia città d’adozione. La mia voce araba incontra quella ebraica di Enrico, per portare avanti un messaggio di pace e di convivenza davanti al fallimento della pace e della giustizia nel conflitto arabo-israeliano. Ci sono cantanti e musicisti dall’Albania al Bangladesh, dalla Russia all’India, insieme a musicisti toscani e umbri.

Bidaaya si sciolse dopo un anno perché tre dei musicisti dovettero trasferirsi altrove ma col chitarrista Tommaso abbiamo fondato Yabalala. Continuo a proporre brani arabi in salsa jazz, accompagnati pure dalla danza del ventre della nostra amica cilena Andrea, e le immagini suggestive di un video montato da lei, che proiettiamo durante i nostri spettacoli

 

P.A.: Ora arriviamo a Kabìla, che forse è il progetto artistico che ti vede più coinvolto: Alla fine dell’anno scorso avete lanciato il vostro terzo album “Yallah” e anche lì le contaminazioni e le sperimentazioni non sono mancate, dalla musica araba a quella africana con la partecipazione di Gabin Dabiré, al cover di Sidun di De André, insomma possiamo parlare di un album di maturazione, e tra l’altro state girando moltissimo in diverse città italiane, raccontaci un po’ di Kabìla e del suo ultimo nascituro?

E.S:  “Revolution” è il gruppo con cui ho iniziato a cantare in pubblico. Cantavo brani pop e rock degli anni 70 e 80, da Toto a Sting, da U2 a R.E.M., brani che piacevano a noi del gruppo.

Così cantavo “Aisha” di Khaled, il cantante algerino in esilio, e presto divenne il brano più richiesto dal pubblico e quello che interpretavo meglio secondo i miei musicisti. Si decise quindi di comporre le proprie canzoni, in arabo e in italiano. Così nacque “Kabìla” nel 2008 col concept album “La città degli alberi” dedicato all’Africa, dove secondo noi nacque la musica. Nacquero così “Concerto d’Africa”, “Notte in Sierra Leone”, “Forbice del Nilo” e altri brani che raccontano il continente africano, scritti a quattro mani da me e Mirko.

Nel 2010 esce “Oltre Noi” dedicato al nostro compianto batterista scomparso nel gennaio 2009 . L’album rappresenta la nostra mediterraneità e il nostro impegno civile per i diritti dei migranti, il diritto universale all’acqua. Questa esperienza ci ha portato in Libano, la mia terra d’origine, al palazzo dell’Unesco a Beirut, insieme a un coro di 80 bambini e un orchestra di 40 giovani libanesi, all’interno di un progetto per l’integrazione fra i vari gruppi confessionali nel paese dei cedri.

“Yallah”, è il nostro auspicio in questo periodo così difficile per la musica, per la cultura e per l’economia. L’album è un dialogo fra le sponde del Mediterraneo, ispirato all’esperienza libanese, in quel tour breve ma intenso del maggio 2012. E “Sidùn”, con cui il grande Fabrizio de Andrè denunciava l’invasione israeliana del Libano nel 1982, chiude l’album.

 

P.A.: Mi spiace un po’ lasciare l’ambito musicale, ma non posso non chiederti in quanto libanese, cooperante internazionale e osservatore del mondo arabo della situazione in Libano che si trova al centro di diversi conflitti interni ed esterni, che sguardo porti sul tuo paese d’origine e che legame trattieni con quella terra bella quanto martoriata?

E.S: Il Libano mi fa tanta tenerezza; un paese così piccolo (con una superficie quanto l’Abruzzo) ma immensamente martoriato dalle grandi potenze mondiali (e i loro seguaci) che lo usano come campo delle loro battaglie. Gli Stati Uniti, con Israele e molti regimi arabi, contro la Russia e i suoi protetti, Iran e Siria

C’è poi un complotto studiato a tavolino dalla politica estera americana, di fomentare conflitti fra le varie confessioni nel mondo arabo e islamico; un piano “Divide et Impera” che sta funzionando alla grande, ed attualmente in Siria

Il Libano mi fa pure tanta rabbia; un paese così all’avanguardia, nell’istruzione, nell’economia, così ricco di culture che convivono da secoli, ma avido e corrotto. La giungla di cemento avanza lungo il paese e così anche la disuguaglianza sociale. Più della metà dei cittadini non ha nessuna copertura sanitaria e perciò sono fiero di far parte di un progetto della Regione Toscana, in partenariato con UNDP, iniziato nel 2008 per l’implementazione di Centri di Cure Primarie in tre municipalità di Beirut. Il progetto prosegue per diffondere l’esperienza in altre zone del Libano, lavorando sulla cura ma soprattutto sulla prevenzione e sull’educazione delle comunità

Il Libano era la terra dei miei avi ed ora la terra del ritorno: mia madre e i miei fratelli si sono trasferiti, pure mia zia materna dopo 40 anni di vita nel Kuwait. I miei nipoti sono nati lì, quindi la prima generazione della mia famiglia stretta dopo quasi 80 anni in Sierra Leone. Io ci vado spesso, tre quattro volte all’anno, grazie al mio lavoro di cooperazione. Così trascorro la mia vita tra l’adorata Toscana e l’amato Libano, cercando di tornare quando è possibile nella mia terra natia, la Sierra Leone che, confesso, amo di più!!

 

P.A.: Molti amici e amiche italiani hanno adottato diverse ricette della cucina araba come pietanze quotidiane, sopratutto il Hummos, e là ho notato che c’è un po’ di anarchia nella scelta degli ingredienti e nelle modalità di preparazione. Ora questo caos comincia a pesarmi, tu in quanto esperto di cucina araba, vuoi dare ai nostri lettori e lettrici la Ricetta per preparare un Hummos perfetto?

E.S: Io preparo un Hummos “pratico”. In un tritatutto elettrico, metto i ceci lessati di 3 scatolette o brik, insieme a 6-8 spicchi d’aglio, il succo di 2-3 limoni, un po’ di sale e 6 cucchiai di Tahineh (Crema di Sesamo). Tritto il tutto, aggiungendo un po’ di acqua fino ad ottenere una crema spalmabile. Condire con olio extra vergine d’oliva, preferibilmente Toscano.

Buon appetito!!

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *