Andate e ritorni tra Genova e Guayaquil. Intervista con l’ambasciatore dell’Ecuador in Italia

Guayaquil è stata nel secolo XIX il sogno americano di molti emigrati genovesi. La storia racconta che in quel periodo una numerosa comunità di genovesi e liguri si stabilirono definitivamente sulla costa ecuadoriana dove iniziarono a lavorare nella costruzione di navi, porti e strade. Una mano d’opera essenziale per la crescita di quel paese. “Quel contatto ha fatto sì che molti ecuadoriani scegliessero di emigrare a Genova. Ora però stanno tornando indietro, a casa”. Spiega l’Ambasciatore dell’Ecuador in Italia, Juan Fernando Holguín, da poche settimane in carica e in questi giorni in visita per la prima volta a Genova per incontrare gli ecuadoriani d’Italia, oltre 20.000 persone. Domenica Canchano l’ha intervistato per Prospettive Altre.

Ambasciatore Ecuado2Prospettive Altre: L’immigrazione ecuadoriana è al 60% femminile.Questo ha inciso sui costumi, sull’importanza della donna all’interno della famiglia ecuadoriana?

Ambasciatore J. F. Holguín: Il fatto che sia stata prima la donna ad emigrare ha prodotto uno sconquasso familiare. Quando sono arrivati i figli poi il marito si è già verificata una distanza tra i membri della stessa famiglia e questa drammaticità non si può quantificare.

P.A.: Uno dei risultati negativi che ha prodotto sono sicuramente le pandillas, le aggregazioni giovanili di strada. Ma in Ecuador esistono?

J.F.H.: Qualche focolaio di bande di strada c’è stato, ma non esistono strutture di pandillas organizzate come in altri paesi. Le cosiddette Maras o Latin Kings non esistono. Quelli che ci sono in Italia non so se si possano considerare pandillas. Ciò si verifica per mancanza di integrazione e lavoro. La nostra sfida è integrarli nelle attività che li permettano di avere un reditto, così sentirebbero il senso di appartenenza e in questo modo penserebbero a conservare, proteggere la loro casa, la loro vita.

P.A.: Anche pensando a loro è stato creato il piano di ritorno che va avanti dal 2008?

J.F.H.: Gli immigrati sono la nostra priorità, non solo i giovani. Abbiamo molti progetti specifici per il ritorno, come “Ecuador Saludable”. Incentiviamo il ritorno di medici professionisti cinteressati a lavorare e vivere in Ecuador, anche per gli italiani. È brutto fare un confronto con quello che accadde in Europa ma da noi la situazione è molto più che positiva.

P.A.: Per esempio?

J.F.H.: Abbiamo messo in atto piani di riconoscimento e Formazione. Qualche giorno fa è stato inaugurata, in Ecuador, Yachay, la città della conoscenza, un polo di ricerca e innovazione. Per la ricerca, l’Ecuador investe 1,2 miliardi di dollari. Siamo sempre stati esportatori di risorse naturali, caffè, banane, cacao, ora puntiamo sulle risorse umane, su talento.

P.A.: Talento anche italiano?

J.F.H.: Non escludiamo nessuno.In Italia 300 medici hanno risposto con interesse in solo due settimane dal lancio del progetto. C’è un forte interesse da parte della facoltà di medicina dell’Università di Genova e del Collegio dei Medici, soprattutto nei confronti dei neo laureati.

Poi, c’è anche “Prometeo, viejo sabio”, è un invito per scientifici e studiosi che vogliono realizzare le loro ricerche in Ecuador. Ne discuteremo con 120 centri di ricerca in Italia. Offriamo loro lavoro, soggiorno, casa, e uno stipendio. Altro esempio: pochi giorni fa a Venezia ci siamo incontrati con il direttore di coro, il maestro Piana, c’è la probabilità che venga da noi per formare cori.

P.A.: Ma per tanti anni le rimesse hanno contribuito allo sviluppo economico del Paese, non si scontra con l’idea di ritorno che state promuovendo?

J.F.H.: Le rimesse sono state un flusso molto importante. Ma se gli ecuadoriani ritornassero sarebbe un beneficio per il Paese, e forse potrebbe generare un guadagno superiore a quello delle rimesse. E in questo momento mi voglio occupare in modo particolare dei contributi versati alle casse dello Stato italiano dai nostri connazionali. Attualmente chi ritorna in Ecuador non si può portare indietro i contributi versati. Noi pensiamo che sia giusto che tornino nelle mani dei contribuente. Pensate che sono 7 miliardi di dollari i contributi degli immigrati. Quei soldi non appartengono allo Stato, sono del contribuente. È come andare in banca, versare i propri soldi, e poi ti dicono che non te li danno indietro.

Ambasciatore EcuadorP.A.: Quindi, cosa intendente fare?

J.F.H.: Questo è l’unico punto in cui il Governo italiano non vuole trattare, con la scusa che c’è un problema fiscale. Comprendiamo la situazione ma non è giusto per i nostri concittadini non vedere più i loro soldi. Attendiamo una risposta fin dagli anni ’80.

P.A.: Il Governo ecuadoriano ha già ricevuto proposte dalle compagnie aeree italiane per accedere ai sussidi del 40% sul carburante aprendo nuove rotte tra Italia ed Ecuador?

J.F.H.: Purtroppo nessuna compagnia aerea in Italia si è fatta avanti. Avranno le loro ragioni, e io sono qui anche per questo.

P.A.: Il presidente Correa ha annunciato un nuovo pacchetto di riforme costituzionali. Significache si ripresenta alle elezioni Presidenziali?

J.F.H.: Il Presidente aveva dichiarato che non si sarebbe candidato, ma poco fa ha detto che ripenserà alla sua decisione, non significa però che si ricandiderà.

P.A.: Si è parlato molto del controverso progetto di sfruttamento del Parco nazionale Yasuni ITT. Non c’è marcia indietro: il governo è deciso a sfruttarlo?

J.F.H.: Prendere questa decisione è stata estremante difficile. Ma utilizzeremo tecnologie sane, non come Chevron–Texaco, e poi lo spazio che si sfrutterà è meno del uno per mille. Ricavandone 9 miliardi di Dollari. Per mantenerla intatta avevamo chiesto alla comunità internazionale solo una piccola parte ma la risposta non è stata positiva. L’Italia è quella che più ci ha appoggiato: ha riconvertito il nostro debito estero. Parliamo di circa 33 milioni di euro.

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  1. roberto
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