Ucraina: torturati e crocifissi per l’Euromaidan

Rapito da sconosciuti, portato via in una macchina, picchiato, torturato e poi buttato mezzo vivo nel bosco a meno 15 gradi – per aver osato esprimere la sua protesta alle azioni del governo.

Sembra incredibile che cose del genere possano accadere nel cuore dell’Europa nel 2014. E invece è vero: è ciò che succede nell’Ucraina di oggi. Per la prima volta gli ucraini hanno sentito questa scioccante storia circa due settimane fa. E’ successo con Igor Lutsenko, giornalista e attivista del movimento Euromaidan.

Euromaidan, nato come protesta contro la decisione del presidente Viktor Yanukovich di rifiutare un accordo di cooperazione con l’Unione Europea, dopo alcune settimane si è trasformato in una ribellione contro il governo corrotto, sordo alle voci del popolo. Ora il governo con l’aiuto della polizia, delle teste di cuoio e delle formazioni illegali di paramilitari sembra rispondere con la campagna di terrore e intimidazione degli attivisti.

Igor Lutsenko in piazza. Fonte: Anastasia Bezverkha, su Facebook.

Igor Lutsenko in piazza. Fonte: Anastasia Bezverkha, su Facebook.

Igor Lutsenko è scomparso nella notte del 21 gennaio. E’ stato rapito dall’ospedale insieme a Yuri Verbytsky, un altro manifestante, ferito all’occhio dagli agenti della polizia speciale. Igor lo ha portato in ospedale e lì sono finiti nelle mani dei rapitori tutti e due. I colleghi giornalisti che conoscevano bene Igor hanno lanciato l’allarme e la notizia si è diffusa subito. La stessa sera del 21 gennaio due uomini sono stati ritrovati in un bosco nei pressi di Kiev: Igor, gravemente picchiato, ma miracolosamente salvo, e Yuri, morto.

Ho visitato Igor Lutsenko all’ospedale, alcuni giorni dopo il suo ritrovo. Steso sul letto, con un occhio pieno di sangue, almeno un dente mancante, le braccia e le gambe coperti di lividi color viola. Ero terrorizzata nel vedere ciò che gli hanno fatto, ma sono rimasta colpita ancora di più dalla sua calma risolutezza. Senza drammatizzare, Igor raccontava i dettagli di quello che gli è successo.

«Le persone che mi hanno rapito non erano né Berkut (teste di cuoio – nda), né Titushki (gruppi paramilitari di giovani dalla statura atletica, presumibilmente pagati dal governo – nda). Erano dei professionisti con esperienza, non semplici banditi. Non indossavano una divisa ma si comportavano in maniera molto professionale: il modo in cui agivano, come mi interrogavano e picchiavano sembrava ben pianificato.»

Igor fa vedere le ferite e racconta come lo avevano torturato: «Mi picchiavano là dove faceva più male, sul gomito, sui tendini. Hanno tolto le mie scarpe e mi frustavano sui piedi. Hanno tagliato la pelle sotto il ginocchio e mi colpivano in quel punto con un bastone di metallo. Ribadisco che lo facevano in un modo molto professionale: non mi hanno rotto le ossa né danneggiato gli organi interni. Sembrava un classico dell’interrogatorio con torture: mi facevano delle domande e qualora la risposta non piaceva, mi picchiavano».

L’incubo è durato 15 ore, dopodiché l’attivista è stato messo in una macchina, con un sacco di plastica sulla testa, e buttato via nel bosco al gelo. A stento è riuscito a raggiungere un villaggio vicino e, da lì, telefonare agli amici. L’hanno subito portato in un ospedale, non più quello pubblico da dove è stato rapito, ma in uno privato – per ragioni di sicurezza. Igor ha indicato il posto dove l’hanno buttato, e poche ore dopo lì è stato trovato il corpo di Yuri Verbytsky.

«Ho saputo della sua morte dalle notizie. Però lo sospettavo anche prima: i rapitori ci hanno messi in stanze adiacenti e a un certo momento ho sentito un colpo secco, come se il corpo privo di vita fosse buttato per terra, e poi il rumore del motore di una macchina che partiva.»

Secondo Igor, la morte di Yuri poteva essere un errore dei rapitori che hanno esagerato con la tortura. Oppure è stato ucciso perché era meno conosciuto e veniva dalla città di Leopoli in Ucraina occidentale, “filoeuropea” e ucrainofona.

Chi sono stati i rapitori di Igor? Due settimane dopo il suo ritrovo, la polizia non ha fatto nessuna dichiarazione in merito. Intanto, lo stesso scenario si è visto ripetere. Stavolta con un altro attivista, Dmytro Bulatov, famoso per la sua partecipazione in Automaidan, un ramo di Euromaidan: il movimento in cui gli attivisti con un corteo di macchine andavano a protestare sotto le lussuose ville del presidente Yanukovich e di alti funzionari del governo ucraino. Dopo una delle manifestazioni, organizzate dall’Automaidan davanti a una sua villa, Viktor Medvedchuk, considerato una eminenza grigia della politica ucraina e amico di Vladimir Putin, in una dichiarazione ha promesso “una guerra” agli organizzatori di queste proteste. Pochi giorni dopo Bulatov è stato rapito, e un altro leader di Automaidan è stato costretto a fuggire all’estero dopo aver ricevuto minacce alla sua vita. Dopo una settimana di ricerche, effettuate più dagli amici e da attivisti che dalla polizia, Bulatov è stato ritrovato in condizioni simili a quelle di Lutsenko in un bosco nella stessa periferia di Kiev. Aveva un orecchio tagliato, la faccia insanguinata, i palmi delle mani bucati con chiodi. Racconta che i rapitori cercavano di crocifiggerlo sulla porta della stanza dove è stato tenuto.

Quelli di Lutsenko, Verbistky e Bulatov sono gli episodi della tortura e delle rapine degli attivisti di cui si è venuto a conoscere grazie alla rilevanza di queste persone. Intanto, non si sa ancora niente delle sorti di circa 30 altri manifestanti di Euromaidan, meno famosi di Lutsenko e Bulatov, scomparsi a Kiev nelle ultime settimane. Notizie degli attivisti rapiti per strada e scomparsi giungono anche dalle regioni dell’Ucraina dell’est, dove le proteste sono meno numerose e dove i governi locali dimostrano un atteggiamento molto duro verso i manifestanti.

Sia Igor che Dmytro sono convinti: lo scopo principale di ciò che gli hanno fatto era di seminare il terrore, spaventare la gente, convincerla di non partecipare nelle proteste. Nonostante i danni subiti, entrambi sembrano più risoluti che mai nel continuare. “Nessun ostacolo potrà fermarci nella nostra lotta per la giustizia”, ha affermato Bulatov dall’ospedale.

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