Ucraina: ostaggi dello stato

«Già da un paio di giorni avevo un brutto presentimento. Mio marito tornava la notte tardi e io lo aspettavo sempre. Non andavo a letto prima che venisse. E una notte non è tornato» racconta con le lacrime agli occhi la 33enne Olesia Mamchych. Lei, scrittrice di libri per bambini, è la moglie di uno degli attivisti arrestati dalla polizia, Oleksandr Kravtsov.

Oleksandr con i figli durante un Automaidan. Foto gentilmente concessa da Olesia Mamchych

Oleksandr icon i figli durante un Automaidan. Foto gentilmente concessa da Olesia Mamchych

Mentre parliamo, Olesia tiene in mano una foto del marito insieme a due figlie, di otto e tre anni. Sembrano una famiglia felice, sullo sfondo della foto un parco giochi per bambini. «Questa foto l’abbiamo scattata durante una delle manifestazioni dell’Automaidan, quando insieme agli atri attivisti siamo andati a protestare davanti alla villa di uno dei politici. C’era questo parco per bambini, e accanto un recinto altissimo, dietro il quale si nascondeva il palazzone. »

L’Automaidan, una novità tutta ucraina, ramo del movimento Euromaidan, è diventato forse il modo di protestare più irritante per quelli al potere. Durante i week-end, mentre si radunavano i manifestanti in Piazza Indipendenza a Kiev (Nezalezhnosti Maidan, nota come Maidan) centinaia di macchine di altri attivisti si dirigevano verso le lussuose ville dei politici, situate in periferia di Kiev –presidente Janukovič, ministro degli interni Zakharchenko, procuratore generale Pshonka, e anche quella dell’eminenza grigia della politica ucraina, Medvedchuk. Gli attivisti suonavano i clacson e attaccavano ai recinti le foto dei manifestanti e della giornalista Tetiana Chornovol picchiati e malmenati dalla polizia. Così speravano di attirare la loro attenzione, così chiedevano di reagire e trovare i responsabili per le violenze.

Continuavano fino al 22 gennaio, il giorno che ha cambiato il corso delle proteste, il giorno quando sono stati uccisi i primi manifestanti. La prima mattina di quel giorno, quando dei morti ancora non si sapeva, Olesia ha perso il contatto con Oleksandr. Lui era uno dei più attivi nell’Automaidan, e quella notte partecipava in un pattugliamento delle strade di Kiev per impedire ai titushki – giovani picchiatori, secondo numerose testimonianze pagati dal governo per fare provocazioni e screditare i manifestanti – di bruciare le macchine e rompere le vetrine dei negozi. Verso le 4 della mattina, Oleksandr insieme a una decina di altri attivisti dell’Automaidan sono finiti in una trappola, racconta la moglie. «Sono stati circondati da alcune macchine di Berkut (polizia speciale – nda) e dai titushki che hanno spaccato le loro macchine e li hanno portati via». Preoccupata perché il marito non rispondeva al telefono e dopo aver visto sulla TV online la loro macchina tutta distrutta, Olesia ha fatto il giro delle questure di Kiev. «Dappertutto mi dicevano di non sapere niente di lui. E solo dopo l’arrivo di parlamentari dell’opposizione ci hanno detto dove tenevano gli attivisti». Tra loro c’era anche il suo marito.

Secondo quello che le ha raccontato Oleksandr in seguito, gli attivisti sono stati detenuti dalla polizia speciale, messi dentro l’autobus e picchiati. Dopodiché sono stati fatti uscire fuori, nudi, al gelo. «Li mettevano inginocchiati sulla neve e li facevano dire “Gloria a Berkut”. Invece il mio marito ha risposto “Gloria a quelli che non hanno ancora perso la dignità”. E lo picchiarono di nuovo».

Olesia e Oleksandr in tribunale. Foto gentilmente concessa da Olesia Mamchych

Olesia e Oleksandr in tribunale. Foto gentilmente concessa da Olesia Mamchych

Oleksandr ed altri attivisti di Automaidan, detenuti quella notte, poi sono stati messi in carcere, con l’accusa di aver picchiato la polizia e organizzato le proteste di massa. La moglie si rifiuta di crederci. «Vedi la foto, com’è fatto, è poco più alto di me – e io ho 1.58 m di altezza. Non avrebbe mai avuto la forza di picchiare nessuno, figurati un poliziotto». Comunque, dice Olesia, quali siano le accuse in realtà importa poco. La corruzione in Ucraina ha raggiunto tali livelli che lei non crede nell’indipendenza dei tribunali e in processi giusti. Per Olesia, come per altri ucraini, non è un segreto che i giudici siano sotto controllo del regime. Le sentenze nella maggior parte dei casi sono scritte in anticipo, ancora prima delle udienze, che, a loro turno, spesso si svolgono di notte e in assenza dei processati.

Al momento, solo a Kiev più di cento persone sono detenute, come Oleksandr, con accuse sospette. Centinaia di altri sono stati arrestati fuori dalla capitale, soprattutto nelle regioni dell’est, come Dnipropetrovsk e Zaporižžja. Fra i detenuti non ci sono solo quelli dell’Automaidan, ma gente di diverse fasce d’età e strati sociali. Uno dei casi più clamorosi è quello di un vecchietto di 72 anni, ferito da un colpo di manganello alla testa e poi accusato di essere lui ad attaccare la polizia. O quello di otto studenti dell’Università del Cinema, ragazzi di 21-22 anni, detenuti lontano dal luogo degli scontri, perché portavano attaccati ai loro giubbotti dei nastri con i colori ucraini, e accusati di aver organizzato violenze. Oppure ancora quello di un medico volontario, munito del giubbotto con croce rossa, e, nonostante ciò, arrestato mente stava assistendo i feriti negli scontri.

Se condannate, tutte queste persone rischiano fino a 15 anni di carcere. La legge sull’amnistia, votata dal parlamento ucraino la settimana scorsa, prevede che potrebbero essere rilasciati se entro il 15 febbraio gli attivisti dell’Euromaidan liberano gli edifici e le strade occupate, non solo a Kiev, ma anche in altre regioni ucraine. Però molti attivisti e politici dell’opposizione non si fidano delle promesse del presidente Janukovič e del suo governo, e rifiutano di lasciare le piazze. Però, fa notare l’esperto nell’area di diritti umani Volodymyr Yavorskyy, il punto non è questo. «Queste persone – dice – sono diventati veri e propri ostaggi del regime. Il loro destino, la loro libertà non dipende dalla decisione oggettiva di un tribunale. E invece dipende dalle azioni di terze persone, di manifestanti. Avendo proposto e votato questa legge lo stato ucraino in pratica si è comportato come un pirata che prende gli ostaggi e poi impone le condizioni per il loro rilascio».

Intanto Olesia spera per il meglio. Dopo 12 giorni in carcere Oleksandr è stato rilasciato ai domiciliari per il periodo di istruttoria preliminare. Per lei è una ragione sufficiente per essere felice, visto che è uno dei pochi a cui è stato permesso di tornare a casa, seppur temporaneamente. «Quando è stato arrestato, la mia paura più grande era quella di rimanere da sola, con due figli, e con tutto il mondo contro. Invece ho trovato una grande solidarietà, non solo dalla parte degli amici e parenti, ma anche da persone sconosciute che mi chiamavano e chiedevano come possono aiutare» dice la donna. Anche il marito, il cui futuro è ancora in bilico, rimane fiducioso. «Quando incontravo altri attivisti detenuti in carcere, ci chiedevamo: quanta forza ancora abbiamo? E tutti rispondevano: tanta quanta è necessaria per la vittoria. Noi sapevamo che là fuori c’è gente che resta in piazza anche a -20 gradi, che ci sono gli amici a dare un sostegno alle nostre famiglie. E questo ci ha dato le energie per continuare. Se siamo così uniti, nessun male potrà fermarci».

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