Dariya Derkach: la storia di un sogno diventato realtà

Dopo 12 anni di attesa ottiene la cittadinanza italiana a maggio 2013 e finalmente, dopo tanto attendere, può gareggiare con la maglia italiana. Lei è Dariya Derkach, la chiamo dopo che l’ufficio stampa della FIDAL (federazione italiana di atletica leggera) mi lascia il suo contatto come l’atleta che incarna alla perfezione il problema che molti atleti di origine straniera devono affrontare per poter gareggiare con la nazionale italiana, nonostante arrivino da piccoli il percorso è davvero arduo. E il suo caso è emblematico. Di origine ucraina, mamma arrivata a Pagani nella regione campana nel 2001, raggiunta un anno dopo dal marito e Dariya, lei con appena 8 anni. Adesso ne ha quasi 21 (da compiere a marzo) ed ha già nel suo background decine di titoli vinti a livello nazionale ed internazionale, oggi è una delle carte vincenti su cui punta la nazionale italiana alle prossime Olimpiadi di Rio de Janeiro del 2016. (vedere l’impressionante palmares di Dariya su Wikipedia)

Dariya Derkach. Foto: Dmitry Rozhkov. fonte Wikimedia.

Dariya Derkach. Foto: Dmitry Rozhkov. fonte Wikimedia.

Tra l’altro, come si dice, Dariya è una figlia d’arte. Entrambi i genitori sono ex atleti di alto livello. La mamma ex  triplista, il padre Serhiy ex decatleta, allenatore di atletica (anche suo allenatore), e quarterback di football americano. Certo non mi stupisce che sia eccelsa nella categoria per la quale gareggia: salto in lungo e salto triplo.

È la storia di un sogno che adesso prende le forme del vissuto di Dariya, ma che in realtà tocca milioni di giovani figli di immigrati che restano nei limbi della burocrazia per avere la cittadinanza italiana. Criterio fondamentale non solo per gareggiare con la maglia italiana, ma criterio imprescindibile in tantissimi altri ambiti, e ahimè di non facile ottenimento.

 

Prospettive Altre: Buongiorno Dariya, intanto da quanti anni pratichi questo sport?

Dariya Derkach: Buongiorno, sono tanti anni, si può dire che sono nata in campo, i miei genitori erano degli atleti per cui sono cresciuta guardandoli allenarsi.

P.A.: Sei arrivata in Italia a 8 anni. Com’è stato il tuo percorso atletico?

D.D.: In un certo senso ho fatto lo stesso percorso di mia madre, iniziare con le prove multiple per poi dedicarmi completamente ai salti. Immaginavo che un giorno la mia vita sarebbe potuta essere condizionata dall’atletica ma non sapevo  fino a quale punto, e in realtà i miei genitori sono stati un fattore determinante in questo processo e nell’aiutarmi a raggiungere buoni risultati.

P.A.: Considerato che la realtà sportiva italiana purtroppo per gli atleti di origine straniera è fortemente condizionata dall’ottenimento della cittadinanza, e questo soprattutto se si vuole gareggiare con la maglia italiana, qual è stata la tua esperienza in merito?

D.D.: Ho sognato tantissimi anni di poter gareggiare con la maglia italiana e il mio sogno si è realizzato circa un anno fa. E purtroppo per questo motivo non ho potuto gareggiare in tante rassegne mondiali di categoria, anche se potevo comunque partecipare a tante altre gare, ad esempio ai campionati italiani per le categorie giovanili nei quali si può gareggiare per la nazionale italiana pur non essendo cittadini italiani.

P.A.: Nel periodo di attesa della cittadinanza, qualche altro paese o l’ucraina, le avrà proposto di gareggiare per loro? Viste le sue ottime prestazioni mondiali under 20.

D.D.: Si l’Ucraina e la Spagna mi hanno fanno una proposta del genere ma non ho mai pensato di accettare perché non aveva senso. È una questione di scelta, e la mia scelta con quella della mia famiglia era di vivere qui in Italia, non aveva senso gareggiare per un altro paese, aspettavo di poterlo fare con l’Italia.

P.A.: Ci sono atleti che per seguire la sua stessa scelta hanno rischiato la carriera a causa delle lungaggini burocratiche, non aveva paura di questo?

D.D.: Si è vero che la carriera di un atleta non è molto lunga, ma per fortuna ho avuto la cittadinanza, è una paura che adesso non ho, il problema adesso non sussiste. È vero anche che la burocrazia complica parecchio le cose.

P.A.: Le singole federazioni hanno una certa autonomia in merito alla questione della cittadinanza. Ci sono alcune categorie di sport che sono molto chiuse, altri invece come ad esempio l’hockey su prato che approvano addirittura lo “ius soli sportivo”, che linea ha adottato invece la FIDAL in questo senso?

D.D.: Ma sicuramente non quest’ultimo. Certo la FIDAL mi ha permesso di fare parecchie gare, ma purtroppo per il mio caso e altri vale la normativa nazionale, e la federazione può fare ben poco.

P.A.: Per tutti quei giovani che vogliono intraprendere la sua stessa strada ma che magari si potrebbero scoraggiare e mollare per colpa di tutti questi paletti, che consiglio si sentirebbe di dare?

D.D.: Sicuramente di non mollare, per chi ha passione e forza di volontà ce la farà sicuramente, ce l’ho fatta io dopo 12 anni di attesa, chiunque lo voglia deve tenere duro, continuare ad allenarsi e perseguire il proprio sogno.

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