Se non ci difendiamo noi, non ci difende nessuno!

Di Ionut Morariu

Mi allontano dal mercato di Porta Palazzo, verso Barriera di Milano. Corso Giulio Cesare diventa progressivamente una delle strade meno adatte per le bici fino a quando, passata piazza Derna, appare l’esplicito divieto al transito per le bici. Se voglio continuare, mi devo spostare sulla pista ciclabile. I palazzi si allontanano dalla strada, i pedoni sono quasi spariti. Passo il ponte sopra il fiume Stura e mi fermo.

Torino: campo di Lungo Stura Lazio. Foto: Ionut Murariu

Torino: campo di Lungo Stura Lazio. Foto: Ionut Murariu

Guardo meglio, giù, verso il fiume. Vedo una giovane donna rom, vestita di rosso, una di quelle che di solito vedo al mercato. Si sta lavando le mani nell’acqua del fiume o forse sta lavando qualche piccolo oggetto che non riesco a vedere. Sembra aver lasciato qualcosa sulla riva perché guarda spesso in quella direzione o magari c’è qualcuno che la sta aspettando. Da quelle rive inizia il campo rom di Lungo Stura Lazio. Tra arbusti e immondizia si intravede un sentiero che presumibilmente porta verso la casa della donna. “Attenzione”, recita un cartello lì accanto, “pericolo di esondazioni e piene improvvise”. Rimarrei ancora un po’, ma devo partire, perché tra pochi minuti ho un appuntamento con la fondatrice dell’associazione Idea Rom.

Idea Rom

Youmamy, Violeta e Vesna dell'associazione Idea rom. Foto: Ionut Murariu.

Youmamy, Violeta e Vesna dell’associazione Idea rom. Foto: Ionut Murariu.

L’associazione Idea Rom nasce quattro anni fa e, alla base di questo progetto, stanno il pensiero e l’energia di donne appartenenti a varie comunità rom di Torino. Vesna Vuletic, che è alla guida dell’associazione sin dall’inizio, è nata in Serbia ed ha la cittadinanza italiana. Vive in Italia da quando aveva quindici anni e una buona parte della sua adolescenza l’ha trascorsa nei “campi nomadi”. «Campi di concentramento», dice Vesna, «che non hanno niente a che fare con la cultura romanì».

Con lei ci sono altre donne. Condividono un ufficio stretto e molto semplice, con una finestra grande. Le due scrivanie coperte da cartelle e brochure, un paio di vecchi computer e vari manifesti appesi su due muri bianchi dicono che in questo spazio non c’è bisogno di altro. Lavorano tutte molto spesso sul campo e quindi, per poter fare meglio quello che si propongono, avrebbero bisogno di più tempo. È, perciò, con grande piacere che accolgono tirocinanti come Youmamy, studentessa alla facoltà di antropologia.

Proprio lei mi racconta dei progetti che hanno attuato con due scuole che si trovano nelle vicinanze del campo di Lungo Stura Lazio. Uno degli obiettivi di questi progetti è quello di «evitare la dispersione scolastica». Per questo motivo, i membri dell’associazione hanno scelto di concentrarsi principalmente su due gruppi: i bambini in età prescolare ed i ragazzi che si preparano ad entrare negli istituti superiori. «Ci proponiamo di seguire questi bambini e di creare un rapporto tra i docenti e le famiglie», dice Youmamy. Il loro intervento, perciò, non si limita soltanto al doposcuola, poiché «bisogna anche stimolare la relazione tra le parti in gioco», specifica Vesna, ossia tra i genitori e la scuola.

E’ questa la particolarità e la forza dell’associazione Idea Rom: il fatto che le persone che ci lavorano conoscano e facciano parte di una comunità a cui viene quotidianamente negato il diritto ad una vita dignitosa. Questa triste quotidianità è purtroppo da tempo divenuta un normale dato di fatto e passaggi normativi come la trasformazione del “campo abusivo” in “area di sosta autorizzata” sono proposti nel nome di un progresso socialmente vantaggioso per la comunità rom. E come non pensare che questo processo di “normalizzazione” non contribuisca a far sparire la tematica dei campi rom dalle pagine dei giornali main stream?

Indifferenze

Donne Rom a Porta Palazzo. Foto: Ionut Murariu

Donne Rom a Porta Palazzo. Foto: Ionut Murariu

Il criterio con cui i mass media decidono di scegliere le loro “notizie” sembra essere, infatti, la spettacolarità. Per essere proponibile al largo pubblico, un fatto o un evento deve essere vendibile, spettacolare. A Prato dovevano bruciare in sette prima che i mezzi di informazione si indignassero per una realtà che prima era conosciuta ma non considerata. A Lampedusa bisognava vedere il video con il trattamento animalesco ad opera degli operatori sociali per parlare di una realtà che esisteva prima, ma poco o per niente interrogata: i “campi di accoglienza”, così come i “centri di identificazione ed espulsione”, sono in sé un’offesa alla dignità delle persone. Uno stato che dichiara di “accogliere” le vittime di una guerra alla quale lo stesso stato partecipa seppur in maniera “umanitaria”, è un’ipocrisia. La morte di un bimbo e l’accusa di omicidio colposo nei confronti della madre hanno riacceso recentemente e per pochi istanti i riflettori sulla comunità rom (1). La coscienza tele-spettacolare si è da tempo atrofizzata in un macabro bisogno di spettacolo.

«Se non ci difendiamo noi, non ci difende nessuno». Le parole di Vesna sono gravi e il suo sguardo mi sembra accusatorio, o almeno di sfiducia. Mi conferma questo pensiero dicendomi che non ha fiducia nei giornalisti, che spesso sono partecipi delle ingiustizie subite dal popolo rom. Le do ragione rispondendo che non sono un giornalista (o almeno non uno di quelli a cui lei si riferisce) e che vorrei sinceramente che le cose vadano diversamente. «Ascolta, ragazzo», continua Vesna, «siamo troppo stanchi di essere trattati come oggetti di ricerche fatte dai gagé.» E ritira l’ultima parola perché gagé, dice, è un nome dispregiativo riferito all’uomo non-rom e lei non mi vuole offendere.

Da che cosa ci si difende? E come lo si fa? Nel caso della formazione scolastica, spiega Vesna, per difendersi dall’indifferenza istituzionale, «i genitori si devono prendere le responsabilità, devono sapere quello che succede ai loro figli ed entrare in contatto con gli insegnanti». Altrimenti, esiste anche il rischio che i loro figli vengano «semplicemente promossi, senza nemmeno essere stati seguiti perché assenti, oppure trascurati quando sono in classe». La soddisfazione è condivisa da tutti quando, grazie a questi interventi, alcuni bambini «tornano a frequentare la scuola, seguono lo stesso programma insieme agli altri alunni», dice Vesna. «Da quando abbiamo iniziato i nostri progetti, ogni anno cresce il numero delle famiglie che portano i loro bambini all’asilo» interrompe energicamente Violeta – anche lei lavora a fianco di Vesna sin dai primi giorni dell’associazione.

Scuole (di pensiero)

La scuola non è mai stata un campo neutro. Il legame culturale (cioè non naturale) tra il sapere e chi lo impartisce non è mai stato privo di problematicità. La strumentalizzazione della prima e la soggettività dell’insegnante che spesso istruisce pensando di educare, sono due realtà che a volte lavorano insieme ai danni di coloro a cui viene chiesto di integrarsi al Sapere.

In un articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano(2), si annunciava la recente bocciatura di alcuni manuali scolastici a causa della scarsa lezione che offrono sulla Shoah. L’autore, Alex Corlazzoli, chiudeva così il suo articolo: «abbiamo bisogno di formare i formatori su questo tema. Non abbiamo bisogno di generazioni che studiano la Shoah solo perché obbligati dall’insegnante senza sapere a che serve oggi ripercorrere quella drammatica stagione».

Che l’educazione sia un tema importante quando si parla dei rom sembra confermarlo anche George Soros che propone, però, un’altra risoluzione a questi problemi. Insieme alla Banca Mondiale, ci viene detto nell’articolo pubblicato su Il sole 24 Ore(3), la fondazione Soros ha fondato il cosiddetto Fondo per l’istruzione dei rom. Il compito di pensare all’educazione e all’integrazione dei rom è assegnato agli «esperti della commissione europea e della mia fondazione», scrive Soros. Esperti di che cosa? Questo non ci viene detto. Si specifica, però, lo scopo di questo «investimento nell’istruzione»: trasformare i bambini rom in «elementi produttivi della società», che «possono integrarsi facilmente al resto della popolazione», con l’augurio che l’Europa costruisca una «classe lavoratrice Rom». Nell’opinione di Soros, i rom «che hanno ricevuto un’istruzione non rientrano negli stereotipi». Insomma, «c’è un problema rom in Europa» che si dimostra «risolvibile» nel caso dei rom educati, anzi istruiti.

Questo tipo di discorso è rappresentativo dell’ideologia corrente, che obbliga l’emarginato ad identificarsi con il problema e, una volta interiorizzata questa condizione, esso deve integrarsi nello stesso sistema che l’ha spinto ai margini della società. E’ difficile non condividere l’interrogativo di Raffaele Mantegazza(4): «Siamo sicuri che lo stesso sistema socioeconomico che ha creato le esclusioni diventi poi così insospettabilmente buono e generoso offrendo loro l’educazione?».

Vesna Vuletic sa che il suo compito e quello delle altre donne dell’associazione Idea Rom non è facile. Così come non lo è per quelle insegnanti che dedicano in modo costante il loro educare alla lotta contro l’ignoranza, contro il pregiudizio e la discriminazione.

«È difficile, però», dice Vesna, «pensare all’educazione di un bambino che abita in una roulotte, o in una baracca, senz’acqua, in mezzo all’immondizia, i cui genitori non hanno un lavoro». Infatti, la loro associazione rivendica il diritto non solo all’istruzione, ma anche alla casa, al lavoro e alla salute dei rom. «So bene che all’interno della comunità rom ci sono anche persone non estranee alla malavita o che non si preoccupano di rispettare le regole», dice Vesna, un po’ stanca. E, accendendosi un’altra sigaretta, con un sorriso ironico e pieno di speranza, conclude: «chi ha bisogno di “integrarsi” veramente sono le istituzioni stesse, che devono anche garantire i diritti e non chiedere solo i doveri».

(1)  “Milano, bimbo di 5 mesi muore: era in un campo rom irregolare”, 

http://milano.repubblica.it/cronaca/2013/12/18/news/milano_bimbo_di_tre_mesi_muore_ucciso_dal_freddo_nel_campo_rom-73932466/ . Data ultimo accesso 24/12/2013.

(2) “Shoah, bocciati i testi scolastici”, http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/10/shoah-bocciati-i-testi-scolastici/807131/. Data ultimo accesso 24/12/2013.

(3) “Integrare i Rom con l’istruzione”, http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-11-28/integrare-rom-l-istruzione-064358.shtml?uuid=ABTuqKg&fromSearch. Data ultimo accesso 24/12/2013.

(4) Raffaele Mantegazza è docente di pedagogia interculturale presso l’Università di Milano Bicocca. La citazione è tratta da Raffaele Mantegazza, Greta Persico, “I gruppi rom e l’educazione. Tra pedagogia e politica”, in Paideutika. Quaderni di formazione e cultura, n.15, 2012 .