Si scrive CIE, si legge Prigione

Un Giudice di Pace affronta, mediamente, dai 20 ai 30 procedimenti in una mattinata. E’ una quantità enorme, ma si ritiene che lo possa fare perché si tratta di fatti minori, bagatelle per le quali questo Giudice non ha il potere di infliggere una pena detentiva. Minore è la punizione eventuale, minori sono le garanzie. Certi diritti non si ritengono abbastanza importanti da essere meglio tutelati. E’ una questione pratica: di priorità e di  risorse. Quando certi reati vengono logorati e la macchina della giustizia non riesce più a tenerli in vita con tutte le garanzie dovute, non muoiono e non vanno all’inferno: vanno, invece, dal Giudice di Pace.

Il deputato del Pd Khalid Chaouki, ha portato avanti una protesta nel CIE di Lampedusa.

C’è, però, un eccezione: il reato di clandestinità. Formalmente, neanche in questo caso il Giudice di Pace può condannare alla prigione, può solo disporre l’espulsione dall’Italia, generalmente entro 15 giorni. Espulsione che, il più delle volte, è impossibile da eseguire perché semplicemente mancano le risorse. Le questure spesso non hanno nemmeno danaro sufficiente per reparare le macchine, l’espulsione immediata, in questi condizioni, sa di fantascienza giuridica. E quindi che succede? Succede che mentre si aspetta l’espulsione, e solo per il tempo strettamente necessario (almeno, così recita la legge) il Prefetto decide di trattenere l’espulso in un CIE.

I CIE in Europa esistono da tempo, e a voler andare indietro nel tempo (come, tra l’altro, ha fatto la bravissima Caterina Mazza nel suo “La prigione degli stranieri” (Ediesse 2013, libro indispensabile per chi vuole saperne di più) si può risalire al 1905 e alla legge inglese denominata “Alien act”. I CIE moderni, invece, vengono alla luce negli anni 70 quando un giornalista francese trova un centro di detenzione nella periferia di Marsiglia. In Italia vengono istituiti, almeno formalmente, nel 1988 con la legge legge Turco-Napolitano. In origine il limite massimo di detenzione era di 30 giorni: riforma dopo riforma, sempre in nome della sicurezza, oggi il limite massimo è di ben 18 mesi.

Quello che è incredibile in questa logica, è il fatto di affidare la libertà personale a un giudice che, ahimè, lavora a cottimo e viene pagato in base al numero delle udienze che fa, sottraendo quindi l’imputato a tutte le garanzie previste dalla giustizia italiana. Scelta illogica, irrazionale, inaccettabile. La detenzione in un CIE è una situazione unica nel suo genere. Inglesi e francesi la chiamano, con rispettabile franchezza, “detenzione amministrativa”. Il legislatore italiano, da sempre meno spavaldo con le parole, ha fatto altre scelte. Come dire: “Anche se non hai alcuna responsabilità penale, decidiamo di imprigionarti lo stesso. Ma siccome non lo possiamo fare, facciamo che non lo chiamiamo Prigione ma Centro di Permanenza Temporanea anzi no, lo chiamiamo Centro di Identificazione ed Espulsione che suona meglio”.

Giochi di prestigio semantico ai quali non è rimasta indifferente la Corte Costituzionale la quale, nella memorabile sentenza 105/2001, scrive che “Il trattenimento dello straniero presso i centri di permanenza temporanea e assistenza è misura incidente sulla libertà personale, che non può essere adottata al di fuori delle garanzie dell’articolo 13 della Costituzione. Si può forse dubitare se esso sia o meno da includere nelle misure restrittive tipiche espressamente menzionate dall’articolo 13; e tale dubbio può essere in parte alimentato dalla considerazione che il legislatore ha avuto cura di evitare, anche sul piano terminologico, l’identificazione con istituti familiari al diritto penale, assegnando al trattenimento anche finalità di assistenza e prevedendo per esso un regime diverso da quello penitenziario. Tuttavia, se si ha riguardo al suo contenuto, il trattenimento è quantomeno da ricondurre alle “altre restrizioni della libertà personale”.”
Con gli anni e per vari motivi, prigioni e CIE per gli stranieri sono diventati vasi comunicanti. L’espulsione, infatti, può sostituire la detenzione per tanti reati, e nel frattempo si aspetta in un CIE dove, proprio in virtù di questo, i richiedenti asilo vengono in contatto con delinquenti e i minori imparano cos’è l’Italia e come ci si vive dalla bocca di spacciatori e ladri in attesa di espulsione.

Sulle condizioni nei CIE, tanto si è scritto e da persone  che hanno avuto l’opportunità di visitarli, aggiungere qualcosa sarebbe superfluo. Merita solo un appunto: le prigioni italiane sono, parola della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, luoghi inumani e degradanti. Ebbene, ex detenuti stranieri che dopo le prigioni sono passati nei CIE dicono che nei primi si stava molto ma molto meglio. E forse basta solo questo per spiegare cosa sono oggi i centri di identificazione ed espulsione.

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