Lamezia Terme: crisi, lavoro e immigrazione. Intervista a Susana Gonzalez

Si è svolta sabato 14 dicembre la manifestazione regionale per chiedere modifiche alla legge di stabilità, in Calabria organizzata a Lamezia Terme. Una mobilitazione i cui motivi sono di ottenere “meno tasse per i lavoratori dipendenti e pensionati, la riapertura della contrattazione nei settori pubblici, una definizione di una norma che destini automaticamente le risorse provenienti dall’evasione fiscale, dalla spending review e dalle rendite finanziarie”. È questo quello che chiedono i sindacalisti, in questa occasione di protesta rientrante tra le manifestazioni organizzate a livello nazionale nello stesso giorno. E per avere un’opinione in merito si intervista una sindacalista uruguaiana, Susana Gonzalez, attiva dall’89 nella lotta per i diritti dei lavoratori stranieri e italiani, presso la CGIL di Castrovillari in provincia di Cosenza.

Prospettive Altre: Intanto cosa ne pensi della manifestazione che si è organizzata oggi (14-12-2013) e quel’è l’obiettivo che ci si è posti nello scendere in piazza per protestare?

Susana Gonzalez: in realtà ritengo che magari siamo anche in ritardo nel scendere in piazza visto che ci sono cittadini che stanno scendendo in qualche movimento poco organizzati, noi siamo per la difesa per i diritti dei lavoratori, dei pensionati e di tutti quelli che hanno bisogno. Soprattutto qui in Calabria dove la crisi si sente di più perché la mancanza di lavoro, le pensioni che sono quasi o totalmente al minimo porta a una crisi che si fa sentire più al sud che al nord, anche se la crisi è mondiale e l’Italia è uno dei paesi più compromessi dopo la Grecia e la Spagna, ma in Calabria questi motivi oltre all’emigrazione dei giovani della regione comporta l’avere più pensionati e al minimo ed è una difficoltà enorme in questo territorio, oltre alla questione dei lavoratori cassaintegrati, mobilità in deroga noi siamo un disastro, e l’alto indice di disoccupazione ci fa scendere in piazza per dire a questo Governo: dateci un respiro, vogliamo andare avanti, vogliamo aiutare questo Governo a venirne fuori però da parte sua non abbiamo risposta questa non sarà l’ultima volta che scendiamo in piazza.

P.A.: Ci spieghi com’è sorta la tua decisione di essere impegnata in prima persona nella lotta per i diritti dei migranti e non.

S.G.: Quando sono arrivata in Italia venivo da un’esperienza dei Giovani Comunisti Uruguaiani, io sono arrivata alla fine dell’85 ed avevo militato con il partito proscritto nel mio paese per le vicende di dittatura militare. Arrivata in Italia ho chiesto l’iscrizione all’epoca del Partito Comunista Italiano, però non mi trovavo con un partito che faceva troppe chiacchiere e magari non si dava risposte alle tante domande che dall’esterno ci venivano. Però per qualche anno ho continuato a militare, sono stata anche consigliere comunale a Morano Calabro dove risiedevo, e così che ho deciso di avvicinarmi al sindacato. È stato un avvicinamento nelle riunioni sindacali che man mano si facevano, poi i compagni hanno capito che potevo dare di più con il sindacato, soprattutto io ho iniziato con i pensionati e continuo tutt’ora, e successivamente con l’immigrazione. Sull’immigrazione è stata una cosa che mi ha toccato personalmente, perché nell’86 sono stata espulsa dall’Italia in quanto non regolare, non mi piace usare la parola clandestina, e sono rientrata di nuovo nell’86 irregolare e poi mi sono avvalsa della Legge Martelli. Da quella data in poi ho sempre lottato per dare informazioni agli immigrati, volontariamente prima e poi attraverso la CGIL, per far si che non cadessero in quell’esperienza negativa che avevo avuto in Italia.

P.A.: dopo l’espulsione come sei rientrata in Italia?

S.G.: sono rientrata nel mio paese per fare la documentazione però la burocrazie italiana sempre più documenti, a quel punto io avevo fatto un biglietto andata e ritorno e arrivata la data del rientro in Italia sono entrata clandestinamente. Subito dopo è uscita la prima legge sanatoria della quale mi sono avvalsa.

P.A.: in una Regione dove la consapevolezza dei migranti circa i loro diritti come lavoratori è spesso disattesa, come vedi e percepisci questo aspetto? Come vedi questo percorso anche in riferimento alle difficoltà che riscontri lavorando direttamente nel campo?

S.G.: ho sempre detto che l’Italia è partita con molto ritardo rispetto agli altri paesi europei come Francia, Germania, la stessa Inghilterra nella questione dell’integrazione e dell’immigrazione. Se poi dobbiamo andare in Italia, in Calabria questo aspetto pesa ancora di più, perché non è la non-volontà della CGIL ma è per la mancanza di risorse umane, di chi si occupasse di questi problemi, e per la sfiducia dei migranti che magari vedevano il sindacato con sfiducia, non avendo nei paesi di origine questo tipo di assistenza, non si fidavano. Quindi dicevo sempre che l’importante è mettere un immigrato a risolvere questi problemi e seguire questi lavoratori, perché quando è uno di loro possono ottenere molte più cose, successivamente quando avranno la coscienza politica e sindacale allora la problematica la potrà seguire chiunque. In questo momento ci sono più persone in Calabria anche se siamo lontani dal raggiungere l’obiettivo, considerato che noi la dobbiamo fare questa politica dell’integrazione, perché il futuro dei lavoratori italiani sono gli immigrati, e se tu non ci dai dentro in questa partita vuol dire che di questo non si è capito nulla. La CGIL sta facendo, io mi auguro che faremo di più, o almeno questa è la mia intenzione, o almeno io dovunque vado e posso dire la mia dico che siamo lontani dall’obiettivo. Mi auguro che in questo Congresso che terremo (giorno 18-12-2013 a Roma) si dia molto più spazio ai lavoratori stranieri, lì dobbiamo dare partecipazione delle diverse categorie, come la FLAI che usa molta manodopera straniera, come lo è la FINLEA, però poi abbiamo una classe di immigrati che sono invisibili e che sono le badanti, molto difficile da raggiungere. Dovremmo trovare un modo per creare un filo diretto con questo persone, perché sono quelle che forse subiscono di più gli abusi sui diritti, perché sono più ricattabili.

P.A.: Quali sono le difficoltà che invece hai riscontrato in prima persona in questo tuo percorso di attivismo, per arrivare a far sentire la tua voce? E soprattutto quali sono secondo te le prospettive e come vedi il futuro del sindacalismo in Calabria [relativamente all’immigrazione].

S.G.: sempre mi dico che sono stata privilegiata in confronto ad altri immigrati; ti ricordo un fatto breve: facendo un permesso di soggiorno nella provincia di Cosenza, ed essendo dell’America Latina, un giorno mi capitò di andare lì e dissero ai marocchini e agli altri africani che quel giorno era chiusa, invece per me era aperta, all’epoca ancora non militavo nel sindacato e ho detto “ sono un’extracomunitaria come loro e se è chiusa è chiusa per me e se è aperta è aperta per tutti, e se voi non lo fate io chiamo la Rai e vi denuncio. Questo è stato il mio impatto negativo però anche positivo perché da lì ho capito quello che dovevo fare, perché io non subivo tanto il razzismo come lo subivano queste persone che venivano da questi paesi; non so dire [perché è successo] se è stata questione di pelle o perché ci sono molti italiani che sono emigrati in America Latina , lo so dire lo potrebbe dire il funzionario che in quel momento ha cercato di realizzare questo. Io mi sono opposta a questo abuso contro gli immigrati che erano al mio pari; da quel momento ho cominciato a dare una mano a tutti. Grossi problemi non ne ho avuti, perché mi sono trovata in un paesino che magari all’inizio mi guardavano con diffidenza, però man mano mi hanno conosciuta e hanno capito che mi occupavo del sociale e che davo una mano agli immigrati ma anche agli italiani e non facevo differenza. Però io nel ’96 dovevo fare una scelta se andarmene o restare in Calabria, non avevo vincoli che mi tenessero qui, ma ho analizzato i pro e i contro e mi sono detta che è vero che c’è mancanza di lavoro, è vero che abbiamo difficoltà a svolgere il lavoro che vogliamo fare però c’è un’accoglienza che difficilmente io me la posso trovare nel nord, allora ho preferito restare qui e portare avanti il mio ideale che è anche quello di fare volontariato.

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