Incendio in fabbrica a Prato: testimonianza e riflessione

Foto: Il Tirreno

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In data primo dicembre 2013, alla luce dell’ennesimo incendio di una ditta cinese chiedo a tutti i cinesi di riflettere attentamente sulle conseguenze di alcune loro scelte.

Ho saputo dell’incendio sul tg di mezzogiorno. Il tempo di pranzare e dalla redazione mi arriva una chiamata: «Malia, l’incendio al macrolotto di una fabbrica cinese, devi venire».

Arrivata sul luogo, il fuoco si era già estinto, il fumo dissolto, la gente no. Erano ancora lì tutti in attesa di scoprire quante le vittime e quanti i corpi ancora da trovare. Oltre la linea di sicurezza un uomo anziano dallo sguardo spaventato era accompagnato da un carabiniere, al loro fianco un giovane, forse il figlio.

In quel momento la distanza reale che mi separava dallo sguardo di quell’uomo si era come per un attimo dissolto. Ero lì davanti a lui e volevo aiutarlo.

Non ci ho pensato due secondi. Ho scavalcato la linea e mi sono diretta verso il signore.

«Che succede, tutto a post?», ho chiesto ai due cinesi.

«Voglio vedere il corpo, quando posso vedere il corpo di mia moglie», domanda il signore 50enne.

«Il signore chiede quando può andare a riconoscere il corpo della moglie?» faccio io al carabiniere, che prontamente mi chiede di fare da interprete.

Più tardi, ad ore di distanza dal mio arrivo sul luogo, una signora con in mano una macchina fotografica ci mostra la foto di una collana. Era la collana di Wang Chunhao, la collana della moglie del 50enne.

Ingenuamente il signore chiede se la collana è stata trovata a terra. Non aveva capito che la foto mostrava la collana ancora indosso alla moglie.

Verso le 16.30 circa, lascio il furgone del pronto soccorso nella quale attendevo novità assieme ai coniugi degli operai della ditta incendiata “Teresa Moda”. Lì ho ascoltato e guardato donne piangere, soffocare in singhiozzi il loro dolore, sopperire dietro a degli occhi rossi pieni di lacrime tutta la loro tristezza, amarezza di trovarsi lì, di esser stati abbandonati ed aver abbandonato il proprio coniuge.

Molte coppie cinesi giungono in Italia in tempi separati. A seconda delle opportunità, delle offerte, le loro domande di assunzione vengono accolte. Giungono così in Italia come scrisse Hong Li Ping, autrice del libro “Prato vorrei dirti ti amo, ma non è facile” , così a volte capita che arrivi prima la moglie, altre volte prima il marito. Il 50enne e la moglie Wang Chunhao lavoravano in ditte differenti, come anche le mogli sedute all’interno dell’ambulanza rispetto ai loro mariti, operai della ditta incendiata.

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Foto: Il Tirreno

Non scrivo per ottenere apprezzamenti, ma scrivo per lasciare delle verità. Così voglio, in questa occasione, sfatare il luogo comune dei datori di lavoro tiranni e sfruttatori e dei poveri operai: è una storia che non esiste ed è mai esistita. Questo episodio tragicamente lo dimostra. I due titolari di Wencheng erano datori di lavoro e operai allo stesso tempo. Lavoravano, mangiavano e dormivano insieme ai loro dipendenti, insieme sotto un unico capannone. Con loro c’era pure il figlio di sei anni ed è stato proprio lui a svegliare tutti.

IL CONTESTO: Nel mondo c’è crisi, in Italia c’è crisi, a Prato c’è crisi, tra le ditte del macrolotto c’è crisi e in questa fossa la ditta “Teresa Moda” riusciva a galleggiare a stento fino a quel tragico mattino. In Cina una piccola azienda, una piccola impresa conta mille o addirittura 3mila operai. “Teresa Moda” su quest’ottica non si sarebbe potuta classificare neanche come piccola impresa. Forse come ditta a gestione familiare: 11 persone che condividono ore di lavoro e stili di vita non formano una piccola impresa, ma un “nucleo familiare”. Sembra banale, sembra una scusa. Ma è il valore della famiglia che lega le persone di origine cinese. Lo conferma la ricerca curata dai dei docenti dell’Università di Siena nel loro volume “Fortunatamente vendo ai cinesi”.

IL FATTO: Alle 6-7 del mattino il figlio dei titolari sveglia tutti. Sente odore di gas. In breve vengono svegliati tutti gli operai ed insieme si affrettano all’uscita. Il piccolo è stato spinto fuori dai genitori. I genitori vengono attaccati dalle fiamme e costretti a indietreggiare, rimanendo bloccati all’interno del capannone. Si sospetta che alcuni operai non abbiano nemmeno fatto in tempo a scendere le scale, accolti dalle fiamme e dal fumo. Dormivano nel capannone, come fanno alcuni cinesi di Prato e come di fatto è noto a tutti. «Ehh accidenti, dormire nei capannoni non va bene, è sbagliato!!» osserva un cinese tra la folla accalcata sulla linea di sicurezza.

A fine giornata i conto sono tratti: 11 erano le persone nel capannone. 2 titolari con figlio di 6 anni, 2 donne e 6 uomini.

I titolari sono ricoverati gravemente in ospedale, il figlio è l’unico salvo assieme ad una delle donne. 4 uomini sono stati trasportati all’obitorio.

3 i corpi ritrovati nel pomeriggio di cui, una era la signora Wang Chunhao.

A chi dare la colpa? In questo incendio tragico su tutti i fronti?

Al Comune? Che non ha fatto abbastanza controlli?

E se li avesse fatti? E magari la ditta avesse deciso di continuare ad infrangere? È sempre colpa del Comune?

Ai titolari? Che non hanno seguito le norme di sicurezza?

E se non potevano fare altrimenti? Perché erano stati sfrattati da casa, non potendosi permettere un altro affitto da pagare?

È colpa degli operai? Che non hanno preteso delle condizione di vita/lavoro migliori?

E se fossero venuti in Italia consapevoli perfettamente del tipo di lavoro e del tipo di vita che avrebbero condotto? Se fossero invece scappati da una campagna cinese forse ancora più misera di quel capannone?

Cosa rimarrà dei sopravvissuti?

Il piccolo rimarrà forse orfano e se i genitori sopravviveranno, verranno comunque processati e lui messo in custodia.

La donna che si è salvata le rimarrà il ricordo indelebile di questo tragico momento, le urla dei compagni tra le fiamme.

I coniugi chi dovranno odiare?

In questo tragico episodio solo vinti e nessun vincitore. Nessuno che possa dire “Ve lo avevo detto”, nessun santo che urli “rispettate le leggi”. Il silenzio è d’obbligo. La lezione è stata in-segnata.

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