Immigrazione tra sfruttamento e illusioni di partecipazione: intervista a Pape Diaw

pap Diaw

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E una figura nota del mondo dell’immigrazione in Toscana da trenta anni. Pape Diaw, senegalese di origine, si impegna da tempo per far conoscere i problemi legati ai migranti nella sua regione di adozione, ma non solo. Con la sua esperienza, cerca di dare risposte umane, a volte politiche, alle tragedie dell’immigrazione in Italia. L’ultima sfida: partecipare alla lotta contro la schiavitù nei ghetti e campi di Cerignola, in Puglia dove numerosi immigrati sub sahariani vivono in condizioni orribili tra fanghi e immondizia, rischiando la loro vita. In silenzio… Con Pape, Prospettive Altre, dà voce a tutti quei poveri che lavorano 12 ore al giorno nei campi sotto lo sguardo di capi senza scrupoli, nella speranza di uscire dalla miseria all’interno di ghetti diventati carceri a cielo aperto.

Prospettive Altre: Lei è una figura nota nell’immigrazione in Toscana. E’ un peso?

Pape Diaw: No! Perché si tratta di un argomento che mi tocca in prima persona. Sono stato immigrato, sono immigrato, so cosa vuol dire. Non può essere un peso. Ci posso stare venti ore al giorno senza mai stancarmi. Specialmente quando si tratta di diritti umani. Tra l’altro, non ho cominciato qui in Toscana ad occuparmi di questi temi, ma in Senegal dove mio padre era sindacalista. Ho un’altra formazione. Ma la cosa che mi piace di più fare è occuparmi delle persone. E’ chiaro che è un campo molto difficile; a volte uno si arrabbia, prendi la gastrite perché le cose non vanno bene. Siamo dietro alcuni problemi da quindici anni che non sono stati risolti. Ma è un compito che dovrebbe coinvolgere ogni buon cittadino.

Prospettive Altre: Fa anche politica. E’ stato consigliere comunale a Firenze. Com’è andata?

Pape Diaw: Per me, fu una esperienza molto significativa. Quando ho cominciato a occuparmi di immigrati, lo facevo così… Non avevo mai avuto una tessera di un partito politico. E da due anni che l’ho presa. Anche quando ero consigliere, non avevo una tessera. Mi sono sempre occupato di diritti, di persone con tanti altri compagni; è da lì che mi hanno chiesto di continuare con il consiglio. Fare il consigliere comunale in una grande città non è facile, soprattutto per uno che non è un politico. Ed io non sono un politico di mestiere. Ti chiamano per proseguire in consiglio le tue esperienze in un campo determinato. Per me, c’era tanto da imparare il primo anno perché la scrittura politica è una cosa da alieni dove si nascondono molti intrighi. Ero all’opposizione, quindi si faceva fatica a fare passare le mozioni. L’unica che sono riuscito a portare avanti è quella sulla diversità culturale. Un documento che purtroppo dorme lì nei cassetti del comune. E una esperienza che ha portato voce dalla strada al Palazzo. Essere consigliere di maggioranza, invece, è una chance perché le cose proposte vengono approvate. Altrimenti diventa complicato. Quindi sono stati quattro anni molto faticosi, esaltanti ma anche deludenti sul piano politico. Perché, dei problemi degli immigrati, la politica non ne vuole occuparsi, per dire la verità! Per quanto riguarda l’esperienza dei consiglieri comunali stranieri aggiunti, che era totalmente diversa, è morta proprio alla nascita.

Intervista in video:

Prospettive Altre: Perché

Pape Diaw: Non c’è stata la volontà politica. L’Italia è un paese delle mode! Quando nasce qualcosa, tutti i comuni seguono la moda come quella della Consulta per dimostrare che non sono razzisti. Ma in realtà non hanno mai fatto nulla. Questi consigli non servano a niente! Noi, l’avevamo detto sin dall’inizio. Analizziamo un po’ e andiamo a vedere nei fatti cos’è successo: tutte le mozioni presentate dai consiglieri comunali stranieri aggiunti, che fine hanno fato? La vera domanda è lì. Non basta dire: io ho dei consiglieri stranieri! Bisogna approvare le loro proposte. E poi alla fine, tanti consiglieri, eletti dalla base, non ripresentavano più le aspirazioni degli elettori, non portavano più i problemi della base. Una esperienza del genere fallisce inevitabilmente. E’ praticamente inutile creare queste Consulte. Dopo, avevamo rivisto lo statuto per fare in modo che questi consigli, per legge, ogni mese, incontrino la base. In Toscana, si parlava di creare una election-day in tutti i comuni, ma alla fine, non è stato fatto nulla perché i problemi degli immigrati, non interessano la politica quando c’è da dare risposte concrete ai problemi. Anzi… Qualcuno, quando ero consigliere comunale, individuava le imprese che gli stranieri avevano creato con tanta fatica (Kebab, Internet Point) e presentava mozioni per farle chiudere. A quell’epoca (2009) più di 900 provvedimenti anti -mmigrati sono stati fatti a livello nazionale. Abbiamo fatto un grande passo indietro. Il problema, non è creare una Consulta degli stranieri. Diamo il diritto di voto agli immigrati se vogliamo veramente cambiare le cose. Una Consulta che non ha diritto di voto, che può soltanto dare un parere… a cosa serve? Ci prendiamo in giro? Il diritto di voto degli stranieri che abbiamo presentato per la prima volta in Toscana nel 1991 è completamente scomparso e siamo ridotti a parlare di Consulte senza nessun potere! Vogliono folklorizzare tutto quello riguarda gli immigrati. Ritorniamo al diritto di voto degli immigrati e vedremo! Secondo me è il momento di svegliarsi, non stare dietro i partiti che hanno un solo scopo: dare colore. Una volta qualcuno mi ha chiesto di portare a una manifestazione la comunità senegalese vestita da Africani. Ho risposto che non ci sto con questo modo coloniale. Mi vesto come mi pare. Parlano dopo di integrazione, ma attenzione: è una fregatura. Preferisco interagire, ognuno deve imparare dall’altro. Ma non capisco perché devo smettere di essere quello che sono, spogliarmi per essere come chi è diverso. E così che vedono l’integrazione in Italia…

Prospettive Altre: E appena tornato da Bari. Cosa ha visto là..?

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Ghetto di Cerignola. Foto: Pape Diaw.

Pape Diaw: Sono tornato da Bari, da una realtà dura e crudele dei ghetti dove, in questo mondo molto difficile, gli immigrati stano cercando di creare cooperative per uscire dalla miseria, dal fango, dalle malattie, dalla droga, dalla prostituzione, dallo sfruttamento. Là, si tratta di fare qualcosa di reale, visto che la politica ci ha stancato da trenta anni con sole chiacchiere. Dobbiamo impegnarci per dare la mano a chi vuole uscire da quella tragedia umana. Non è possibile che nel 2013, nella civilissima Europa, che esseri umani, donne con bambini vivano peggio dei maiali. E c’è chi fa finta di non vedere. Più di 1000 persone. La metà, in periodo invernale. Tutte sub sahariane provenienti dal Mali, Senegal, Burkina Faso… Ho visto i ghetti di Nairobi. Sono dei quattro stelle rispetto a quelli di Cerignola. In quella zona della nostra Italia, la parola dignità non esiste…

Per fortuna, con i fondi europei messi a disposizione, alcuni di quei ragazzi stanno imparando a costruire delle case normali dove gli immigrati andranno ad abitare. C’è questo progetto di una cooperativa che ha lo scopo di aiutargli. Bisogna proseguire in quella direzione, dandogli la possibilità di avere la terra e coltivare per conto loro (si parla della disponibilità di una ventina di ettari). Potranno dare lavoro anche a qualche italiano disoccupato in zona, creando un’esperienza mista fra stranieri e italiani per tirare fuori i braccianti dal ricatto della mafia, presente ovunque là giù, per fino dentro i ghetti. Quindi si tratta di sporcarsi le mani per fare un lavoro pulito e mettere fine agli sfruttamenti da parte sia degli italiani, che dei Caporali africani.

Prospettive Altre: Ma ci sono i fondi?

Ghetto di Cerignola. Foto: Pape Diaw.

Ghetto di Cerignola. Foto: Pape Diaw.

Pape Diaw: Volendo, i fondi ci sono. Nelle varie leggi regionali, c’è sempre un capitolo dedicato all’immigrazione. Per la Puglia, hanno 1.300.000 euro l’anno. Non dico di prendere tutti quei soldi e mettere alla disposizione del progetto per uscire dei ghetti, ma soltanto una parte basterà per iniziare.

Prospettive Altre: Secondo lei, la soluzione è di continuare a vivere in queste condizioni degradanti o tornare in Africa?

Pape Ndiaw: Se la cooperativa va avanti, con un sostegno politico forte, possono rimanere, perché quella cooperativa è in grado di dargli un lavoro dignitoso. Per ora, non c’è nessuna traccia di dignità nei ghetti. Si può togliere tutto ad un essere umano, ma non si deve toccare la sua dignità. Senza un progetto valido io dico ai ragazzi di tornare in Africa. Quello che ho visto è terribile, è l’orrore. Non si può accettare di togliersi la dignità in questo modo per qualunque ragione sia.

 

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