Non è soltanto un film: intervista a Dagmawi Yimer

Dagmawi Yimer

Dagmawi Yimer

Dagmawi Ymer, regista etiope, arrivato a Lampedusa nel 2005, si racconta a Prospettive e ricorda la tragedia del 3 ottobre.

Lampedusa 2005 – Dagmawi Yimer è arrivato in Italia via mare, attraverso la Libia ed ha ottenuto lo status di “protezione umanitaria”. Ha attraversato via terra il deserto tra Sudan e Libia e in Libia, si è imbattuto in una serie di disavventure legate alle violenze della polizia libica e a quelle dei contrabbandieri e che gestiscono il viaggio verso il Mediterraneo. Sopravvissuto alle torture Dag è riuscito ad arrivare prima a Lampedusa e poi a Roma, dove ha iniziato a frequentare la scuola di italiano Asinitas Onlus e dove ha imparato anche il linguaggio del video-documentario. Nel 2008, con il suo documentario “Come un uomo sulla terra”, firmato insieme ai registi Andrea Segre e Riccardo Biadene, ha raccontato il terribile viaggio attraverso la Libia assieme a tanti suoi compagni eritrei. Oggi Dag è un documentarista affermato ed è prossima l’uscita del suo ultimo documentario “Va pensiero”. Storie ambulanti, ispirato alla strage di Firenze del 13 dicembre 2011, in cui due senegalesi, Samb Modou e Diop Mor, rimasero uccisi da un esponente dell’estrema destra italiana.

Conosciamo l’esperienza di Dag e gli chiediamo come ha vissuto la tragedia del 3 Ottobre a Lampedusa, in cui hanno perso la vita oltre 300 migranti
Sono arrivato a Lampedusa Italia a seguito delle elezioni politiche dell’ormai ex Primo Ministro etiope Meles Zenawi del 2005. In queste ultime elezioni il partito di Melles, il Fronte Democratico Rivoluzionario d’Etiopia, dichiarò di aver ottenuto la maggioranza dei voti, ma l’effettiva regolarità del voto fu lungamente contestata dai partiti all’apposizione e dalla società civile. Ci furono proteste e scontri, soprattutto ad Addis Abeba, con una violenta repressione da parte delle autorità. Morirono circa 200 persone e quasi un migliaio di feriti. La mia decisione di andarmene fu immediata. All’epoca ero uno studente di giurisprudenza, non avvisai nessuno e me ne andai.

Cosa hai provato guardando le immagini del 3 ottobre?
Ogni volta che nel Mediterraneo vengono salvate delle persone, e non solo in questa tragedia, rivedo me stesso; una persona alla quale è stata data un’opportunità, quella che oggi mi permette di essere qui a raccontarlo. Nei morti ho rivisto e rivedo sempre i mie amici che non ci sono più, che non sono stati soccorsi. Ho avuto anche l’idea, parlando con molte persone, di chiedere che questi ultimi morti fossero seppelliti in un unico luogo specifico in Sicilia, per dare dignità a queste persone e ai loro parenti e fare in modo che quel luogo resti un simbolo dell’accaduto. Queste persone sono ancora percepite come numeri, sia quando arrivano, siano quando muoiono, e invece hanno nomi e cognomi, tra di loro c’erano anche molti etiopi ai quali si poteva dare subito un nome. C’è stata una grossa copertura mediatica in questa terribile circostanza ed è positivo, ma è triste constatare che bisogna sempre aspettare la tragedia per fare luce su una situazione drammatica, che dura anni.

sbarco di migranti a LAmpedusa. Foto: rete Noborder

sbarco di migranti a LAmpedusa. Foto: rete Noborder

Cosa dovrebbe fare l’Italia e l’Europa per evitare tutto ciò? Il Governo italiano sta per avviare l’operazione “Mare Nostrum”, definita operazione «militare e umanitaria» , che attraverso il dispiegamento dei navi militari, elicotteri e persino droni, dovrà assicurare il soccorso e salvataggio dei migranti. La loro accoglienza – assicura il Ministro Alfano – verrà regolata in base alle leggi internazionali.
La questione non è chiara, come si possono identificare le persone su una nave? La soluzione più efficace è quella di chiedere ai Paesi in transito, in questo caso la Libia, la collaborazione per identificare i richiedenti asilo. Se in Libia si è riusciti in passato a trovare accordi per i respingimenti, non vedo perché non si possano realizzare gli stessi accordi e finanziamenti ma per la protezione umanitaria. Bisogna concentrare gli sforzi in tal senso e fare in modo che le persone possano essere trasferite anche in diversi Paesi europei. In tal modo si estirpa alla radice anche il fenomeno degli intermediari. E’ necessario inoltre che si concentrino gli sforzi affinché nei Paesi di provenienza, vengano rispettati i diritti umani.

Negli scorsi giorni c’è stata a Milano una manifestazione di figli d’immigrati, originari del Corno d’Africa per ricordare le vittime di Lampedusa. Hanno marciato insieme sotto lo slogan “Siamo tutti sulla stessa barca”. Questi giovani, forse a differenza delle loro famiglie, hanno istintivamente oltrepassato divisioni storiche come quelle tra l’Etiopia ed Eritrea. Esistono ancora queste divisioni tra i migranti che arrivano o è un’altra storia?
Quando ho compiuto il viaggio, con me c’erano moltissimi eritrei, che sono ancora oggi grandi amici. Quando si è vittime di guerre, dittature, di povertà e violenze, non esistono divisioni. Eravamo tutti delle vittime, aldilà che si fosse etiopi ed eritrei. Le stesse lacrime che si versano per gli uni valgono per gli altri. La guerra che ha poi scaturito l’indipendenza dell’Eritrea ha portato molte vittime sia tra etiopi sia tra eritrei, è comprensibile che tra alcuni, soprattutto tra coloro che hanno perso i loro cari, possano rimanere dei conflitti, ma nella realtà, tra chi fugge in queste circostanze, c’è solo solidarietà e condivisione di un destino comune. Avrei tanti esempi, tante storie di amicizia e fratellanza da raccontare. Tutto questo – ci assicura Dag – non è soltanto un film.

Come un uomo sulla terra Trailer

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