“Le mie stelle nere” a Genova: intervista con Lilian Thuram

“Le mie stelle nere” è firmato Lilian Thuram, ex giocatore di calcio, campione internazionale e creatore della “Fondation Lilian Thuram, éducation contre le racisme”. Il suo libro è un insieme di ritratti di grandi figure dell’umanità di ieri e oggi – “da Lucy a Barack Obama”, si legge nel sottotitolo – distribuite in 421 pagine che danno senza dubbio una grande e concreta lezione per combattere il razzismo. Come? Educando.

«In classe ero l’unico nero. Indignato, mi sono chiesto quale fosse stata la storia dei miei antenati prima della schiavitù. Tuttavia non ho avuto il coraggio di porre la domanda…» scrive Thuram nell’introduzione del suo libro (edito in Italia da Add), dove ai suoi tempi (purtroppo anche oggi) le “stelle nere” non sono mai state parte integrante dei manuali scolastici.

Lilian Thuram. Foto: Domenica Canchano

Lilian Thuram. Foto: Domenica Canchano

«Quando iniziai a parlare di razzismo sai chi è stata la prima a dirmi di smettere? Mia madre. Io ero già un giocatore di calcio famoso e per lei non bisognava “disturbare”. Le dissi che bisognava dirlo, parlarne. Ora è la prima a spingermi a continuare» racconta Lilian Thuram a margine della conferenza in occasione del Festival letterario “L’altra metà del libro”, al Palazzo Ducale di Genova.

«Per questo dico che bisogna educare a dire quello che si pensa: “pensi che io sia meno di te? Per me non è giusto, non la penso cosi”. Ma il tuo interlocutore può rispondere: “Sì, sai non volevo dire questo…”. Non volevi dire questo però te lo dico io: “sono di questo colore, di questa religione, ma sono italiano come te. Né più né meno”. Ai bambini dico sempre di stare attenti a rivendicare le loro origini. Perché uno che è del Piemonte ha delle origini ma no va dicendo: “ho origini piemontesi” o “della Calabria”. Quindi perché tu devi dire di avere origini del Marocco o altro. Qualche volta lo si fa  per non tradire i genitori. Non dico che non bisogna essere fieri della propia origine, però bisogna capire che l’origine non ci legga ad alcuna terra e ti impone di camminare. Le tue origini sono le tue origini. Ma non è importante. Non è la cosa più importante da dire. È importante chi sei e che cosa vuoi fare. Poi, non bisogna cadere nella trappola che per non farti avanzare ti etichettano come prima e seconda generazione. Così è voler metterti da parte. Devi dire: “ guarda io non sono di prima o seconda generazione, sono italiano come te”. Magari chi è di fronte a te può rispondere il contrario, allora devi rispondere: “no, sono italiano come te, la mia origine riguarda me, non è un tuo problema.  L’ Italia è mia come è tua, siamo pari”.»

Lilian Thuram. Foto: Domenica Canchano

Lilian Thuram. Foto: Domenica Canchano

Hai sempre affermato che il razzismo è una violenza. Ma nella quotidianità è difficile combatterla.

Credo che la prima cosa  è provare a far capire alle persone che dentro di noi si nasconde il razzismo. Ognuno di noi ha la potenzialità di essere razzista. Le persone che subiscono il razzismo hanno delle difese per non cadere dentro la trappola della sofferenza, dello sguardo, delle parole di qualcuno, perché spesso quando vivi dentro una società che ti manda dei messaggi negativi , tu li riprendi e li fai tuoi. Ed è molto pericoloso, qualche volta si dimentica questa parte del razzismo. Spesso non si parla alle vittime del razzismo, si parla agli altri dicendo, “guardate non bisogna essere razzisti perché è sbagliato”. Si deve fare qualcosa con i giovani che crescono perché la loro attitudine sarà molto importante per educare gli altri. Perché se hai l’attitudine di una persona che non ha problemi così come sei, dimostrandolo, educhi tante altre persone, coloro che hanno idee sbagliate.

Dicevi anche di usare l’ironia quando si parla di razzismo.

Sì, si parlava di questa cosa senza essere dentro lo vittimizzazione, perché quando ti senti una vittima vuol dire che sei già stato colpito in maniera profonda. Allora bisogna subito parlare con i bambini di questa cosa, dire: “guardate, tu sei di questa origine, sulla tua strada forse incontrerai delle persone che metteranno in dubbio le tue radici, il colore della tua pelle, la tua religione, però sappi che sono loro ad avere un problema non tu”. Questo è molto importante, se non si parla con i bambini cresceranno pensando di avere un problema. E se pensano questo non si sviluppa la loro autostima. Se invece si ha un’autostima molto forte le altre persone capiscono subito il tuo modo di essere e si educano a non avere idee sbagliate. Perché non lasci spazio a idee sbagliate, e anzi puoi rispondere a testa alta, “guardate secondo me tu hai un problema”, anche se non si vuole rispondere al razzista, tu non hai dubbi che è l’altro ad avere un problema. Quando facevo il calciatore i tifosi facevano il rumore della scimmia, io non mi facevo problemi perché so di non essere una scimmia. So anche perché fanno il rumore della scimmia e non del gatto. È la storia che ha tramandato questa immagine: le persone nere sono considerate come l’anello mancante tra la scimmia e l’uomo. Sapendo tutto questo, io non ho dubbi che sono loro ad avere un problema. Riesco anche ad avere della compassione per queste persone. Questo atteggiamento di fronte al razzismo alla fine si sente e prevale.

Stai lavorando ad un altro libro?

Lilian Thuram a Genova. Foto: Domenica Canchano

Lilian Thuram a Genova. Foto: Domenica Canchano

È un libro già uscito in Francia, si chiama “Manifesto per l’uguaglianza”.  Forse in Italia uscirà a febbraio o marzo. Tante volte quando si parla di razzismo si dimentica che è lo stesso meccanismo del sessismo, dell’omofobia e per me è importante collegare tutto questo. C’è gente che lotta contro il razzismo però accettano il sessismo, altri lottano contro il sessismo e accettano l’omofobia. Tutto questo invece deve essere collegato per combatterlo assieme.

I mezzi di informazione possono contribuire a sviluppare un linguaggio migliore?

Sicuramente, dobbiamo però essere consapevoli che ogni professionista del giornalismo ha i suoi pregiudizi, e quando scrive lo fa con i propri pregiudizi. E se non sanno di averli è pericoloso. Bisogna sensibilizzare il mondo dell’informazione, sono loro a condizionare la società, purtroppo.

Quali suggerimenti o consigli daresti ai media?

La prima cosa secondo me è essere consapevole di avere dei pregiudizi. E poi fare un lavoro come già fanno alcuni  bambini a Ferrara. Leggendo il giornale prendono le cose sbagliate e dopo vanno dal giornalista. È giusto, perché può capitare che il giornalista non sappia di aver commesso un errore. Bisogna stare attenti alle notizie, e dopo parlare con i giornalisti. In Francia sono andato a confrontarmi con loro nelle scuole di giornalismo. Vorrei aggiungere questo: quando si dice “è una persona di colore”, ma chiediamoci perché dicono sempre così, che vuol dire una persona di colore? Soltanto per dire che non è un bianco, per dire insomma che la persona di colore non ha gli stessi diritti di un “bianco”, nel passato i cosiddetti bianchi avevano più diritti, ma ancora oggi è la stessa cosa. Questo è diventata la normalità. Come quando si dice “le donne non hanno gli stessi diritti degli uomini” è una cosa inconscia, e dirlo non è  cattiveria, è dire una cosa che esiste, vera, ma qualche volta dà fastidio riconoscerlo. C’è gente che soffre per colpa del  razzismo però non dice che esiste il razzismo. Bisogna dirlo senza cattiveria o paura.

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