Eritrei a Genova: Il coraggio non c’entra

Genova: manifestazione eritrei

Genova: manifestazione eritrei

Dicono che il coraggio non c’entri niente. Né quando hanno intrapreso il loro viaggio – attraversando il deserto del Sahara, senza acqua nè cibo, sfuggendo ai trafficanti di organi, e agli spari. Né tantomeno ora, mentre sfilano un sabato pomeriggio in un corteo per le vie di Genova, con bandiere e cartelli, gridando “basta a questo regime”. Perché non c’è scelta. O si denuncia il dramma degli eritrei o si prosegue con l’ipocrisia. Come spesso ripetono, “o si passa o si muore”. Gli eritrei a Genova hanno deciso di passare.
Arrivare è stato per loro un’odissea di cui già abbastanza si discute (ma non sufficientemente per comprenderla). Quello di cui ancora non ci rendiamo conto è il perché di questa odissea. Eduardo Galeano, scrittore uruguaiano, uno dei massimi esponenti della letteratura latino-americana, nel racconto breve, “Guerre silenziose”, si chiedeva: «Forse i poveri sono poveri solo perché la loro fame ci dà da mangiare e la loro nudità ci veste?».

Scappare l’unica soluzione

Isaias Afewerki

Isaias Afewerki

La risposta ad alcuni “perché” sull’Eritrea la dà Eyob, un ragazzo di 39 anni che in Eritrea sognava di fare l’insegnante: «Il mio paese è un grande carcere a cielo aperto – racconta Eyob – . A 21 anni sono stato chiamato per il servizio militare. Doveva concludersi il 15 gennaio del 1998, cioè un anno e mezzo dopo aver iniziato, ma poi il regime decise di fare la guerra all’Etiopia così dovetti rimanere sul posto. Avevo la speranza di ritornare a casa un giorno. Da allora non ho più visto i miei familiari». Non è coraggio, insiste Eyob, e mentre lo fa il suo sguardo si inumidisce, parla della sua e di tutte le mamme eritree. «Da tanti anni la mamma eritrea piange, non si riposa dal suo calvario. Avevamo fiducia in Isaias Afewerki. Eppure…potevamo vivere del turismo, delle fabbriche. Ma non c’è progresso. E questo, fa male dirlo». La generazione di suo padre ha combattuto per la liberazione dell’Eritrea dall’Etiopia. Era il 1991, il Fronte Popolare di Liberazione dell’Eritrea entrava nella capitale Asmara. «Successivamente è stato fatto un referendum popolare per decidere se volevamo stare con l’Etiopia o essere indipendenti – continua Eyob – . Oltre il 99% ha votato per avere un paese libero. Il leader della rivoluzione, Isaias Afewerki, era molto amato dalla gente. Sì, abbiamo avuto un momento di stabilità. C’era lavoro, si studiava, poi nel 1995 è cominciata la guerra contro lo Yemen per un’isola. Poi l’isola è stata divisa in due. Dal 1998 e per due anni sono caduti tanti giovani eritrei nella guerra contro l’Etiopia, sono stati anni durissimi. C’è stata anche la guerra contro il Sudan. Ogni ragazzo doveva andare in guerra. Se chiedi i tuoi diritti non ti ascoltano. C’era l’università a livello internazionale ad Asmara ma nel 2004 l’hanno chiusa. L’istruzione si metteva da parte, invece si va in servizio militare dai 18 anni in su, anche se uno ha 50 anni ti chiamano. Per vedere la famiglia devi chiedere un permesso una volta all’anno, te lo possono dare anche dopo due anni. E non sempre te la concedono. Questa è la vita in Eritrea. ti fa scappare dal paese, ci sono momenti in cui perfino la odi. Se fai qualcosa che al regime non va, ti mettono in una prigione sotto terra, e ti possono anche dimenticare lì. Nel 2001 alcuni ministri avevano chiesto un cambiamento ma senza nessun processo sono finiti in prigione. Non sappiamo che fine abbiano fatto. Questo non è un governo democratico, e non abbiamo nemmeno una Costituzione. L’unica soluzione è scappare».

Figli, fratelli e parenti dispersi
Al telefono con sua madre, Eyob, ha scoperto che nella strage di Lampedusa del 3 ottobre, dove sono annegati 366 eritrei partiti dalla Libia, c’erano tre suoi parenti tra cugini e nipoti. «Si dice che il regime di Isaias Afewerki voglia portare le salme a casa. Quello che è certo è il suo silenzio il giorno dopo la disgrazia. Quando ha rilasciato dichiarazioni ha detto solo che i rifugiati erano africani».

«Mio figlio è sparito nel nulla nel marzo 2011, e ancora adesso sto aspettando che qualcuno mi aiuti a trovare il suo corpo», dice mamma Sara, cui storia è stata raccontata dai media in passato ma ancora adesso quello che è successo in mare è tutto da chiarire. Si sa però che nel marzo di quell’anno la “Apen”, uscita dal porto di Tripoli con a bordo 335 eritrei, sparì nel nulla. Mamma Sara ricevette una telefonata da suo figlio poco prima della sua scomparsa, diceva «ci vediamo a Genova».

«Mia nipote di 8 anni è rimasta senza un padre né una madre. E io qui non so come aiutarla, ho fatto domanda per il ricongiungimento ma ancora oggi non ho risposta».
«Vorrei portare i miei genitori qui ma la richiesta di asilo politico – che è poi quello che avevo chiesto io e molti altri eritrei – non lo rilasciano» spiega Eyob.
«Era il 2006, e per venire qui ho pagato 1200 dollari – racconta invece Amaruen, operaio – Prima ero scappato in Arabia Saudita. Lì ho fatto un po’ di soldi per attraversare il mediterraneo su una barca con 250 persone, tutti eritrei. Dopo 36 ore circa eravamo nel Canale di Sicilia. Mi sono stabilito a Genova perché qui ho trovato lavoro. Bisogna lottare e isolare il regime e i suoi sostenitori. Nessuno ha voluto emigrare perché così lo ha voluto.»

Perseguitati qui e là
Secondo Kiros Menghistie, Presidente dell’Associazione di Solidarietà Italo-Etiope-Eritrea e rappresentante della Consulta per l’Immigrazione, a Genova si sono stabiliti circa 300 eritrei. E spiega: «Scendere per strada a manifestare serve per dire ai giovani che non rimarrano soli e che non devono scoraggiarsi. Dal 2005 la situazione dei rifugiati eritrei è andata peggiorando. Non solo per chi arriva a Lampedusa ma la situazione è critica nei paesi da dove si intraprende il viaggio». E sulla recente notizia dell’arrivo in Lampedusa di alcuni diplomatici, appartenenti al regime che ha perseguitato e obbligato a scappare gli eritrei dice: «Se i rifugiati vengono identificati, in Eritrea esiste una legge che condanna i genitori a una sanzione di circa 2 mila euro. Se non pagano vanno in prigione».

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