Da Auschwitz: commemorazione del genocidio dei Rom e Sinti

Sotto la scritta “Arbeit macht frei” del cancello di ingresso di Auschwitz, centinaia di ragazzi rom avanzano a passo lento con gli occhi verso il basso. Sarà il sole accecante di una mattina tersa d’azzurro che impedisce di alzare gli occhi, o sarà invece che nessuno riesce a reggere lo sguardo di fronte alla “fabbrica della morte”. È il 2 Agosto, giorno della memoria del genocidio dei Rom e Sinti. La storia che non si trova sui libri di testo: sessantanove anni fa ad Auschwitz, il 16 maggio le SS decidono di chiudere il “campo degli zingari” e sterminare l’ultimo gruppo di 4 mila internati, tra uomini, donne e bambini. Dovevano essere condotti nelle camere a gas e bruciati nei forni crematori. Ma trovarono la forza di ribellarsi, con pietre, mattoni e un coraggio sovrumano, che trassero dai loro corpi esili, sui 30 chili circa. Eroicamente arrivarono al 2 Agosto, stremati senza cibo né acqua. Nei racconti dei rom, c’è chi assicura che le famiglie riuscirono a salutarsi per il Pasomilaj, la festa di mezz’estate del 2 agosto. Ma quella stessa notte, le loro voci scomparvero. Per sempre. I nazisti assassinarono tra la notte del 2 e 3 agosto, nelle camere a gas, 2897 persone.

Noris Seferovic

Noris Seferovic è un ragazzo alto, occhi chiari, la sua voce entra nel microfono della guida di nome Maria, che continua a ripetere mentre percorriamo uno dei tanti blocchi per i deportati la parola “i zingari”, “mi sembra di essere in Italia, nel campo rom dove abito”. Qualcuno annuisce con la testa, altri si guardano attoniti. Hanno tra i 17 e 35 anni. E alle spalle storie di deportazioni in famiglia, soprusi, discriminazione e razzismo. Tra passato e presente. “Sono nato a Roma e abito in un campo aperto un anno fa – racconta Seferovic, 20 anni – .Vedere questo lager è come essere a casa mia, sembra proprio che il piano Auschwitz sia stato preso per Roma, è identico. Anzi, qui è molto più spazioso, le strutture sono in mattone. Noi invece abitiamo ancora nei container”. Solo a Roma esistono 7500 campi rom, 8 sono riconosciuti, e chiamati Villaggi di Solidarietà. Ogni campo, si calcola, è abitato da circa mille persone. Seferovic, rappresentante per una nota marca di aspirapolvere, spiega la sua affermazione: “Per entrare nel mio campo le persone devono essere registrate, si supera una sbarra, c’è un portiere a cui si mostra un documento. E’ un’impressione forte e brutta. Così mi sento tutti i giorni”. E conclude: “Vorrei non essere giudicato e visto attraverso i luoghi comuni sui rom. Molti di noi continuano ad essere discriminati, ma io mi sono messo su un’altra prospettiva. Siamo gente semplice, normale”.

Le strade sono infinite ad Auschwitz. Intorno un paesaggio che si ripete: edifici in mattone di due, tre piani, fili spinati, torrette, e pezzi d’ombra che ogni tanto qualche nuvola disegna in terra. Un sollievo, sotto questo sole estivo.

Venerdì 2 agosto, 500 giovani rom e non si sono ritrovati ad Auschwitz per la commemorazione del Genocidio dei Rom e dei Sinti, vittime dell’Olocausto. Qui i giovani di tutta Europa vogliono scrivere un nuovo capitolo della storia, quella di fare memoria per non dimenticare, come dice appunto lo slogan dell’iniziativa. Tenuta a Cracovia e Auschwitz dal 30 luglio al 4 agosto, organizzato dal network TernYpe, in italiano “gioventù” (l’acronimo in inglese: International Roma Youth Network), patrocinato e sostenuto, tra gli altri, dalla Presidenza del Parlamento Europeo, Consiglio d’Europa – Youth Department e Unar. “La rete internazionale raccoglie al suo interno 17 organizzazioni di diversi paesi che a sua volta coinvolgono giovani rom e non – racconta Irvin Mujcic, 25 anni, bosniaco in Italia dal 1993 – . Nel 2010 eravamo una trentina di persone, quest’anno invece siamo riusciti a far partecipare oltre 500 persone. Bisogna creare spazi di fiducia. Ora i giovani saranno come moltiplicatori all’interno delle loro comunità”. I partecipanti – tra cui 37 italiani provenienti da Genova, Firenze, Latina, Lecce, Napoli, Messina, Milano, Roma, Torino, Verona – hanno partecipato a un programma intenso di quattro giorni tra seminari, workshops interattivi con esperti sul Genocidio dei Rom, incontri con i sopravvissuti, gruppi di lavoro sull’attivismo giovanile.

Valter Halilovic

Valter Halilovic ha 34 anni e lavora come mediatore culturale a Torino. Dove vivono all’incirca 5 mila rom, il 60% di loro vive nei campi Questa è la terza volta che oltrepassa il cancello di Auschwitz. Della prima ricorda solo essersi sentito così male che dovette andare in ospedale. “Siamo una comunità che ha saputo affrontare a testa alta e con orgoglio le diverse sfaccetature del razzismo. Amiamo semplicemente la vita. Per noi la morte è qualcosa di inconcepibile, non ne parliamo mai. Ricordiamo però i defunti”. Halilovic ha vissuto fino all’età di 5 anni girando con la sua famiglia e poi nel 1983 si stabilì in un appartamento a Torino. “Mi sono sempre esposto per le mie idee” dice di sè e prosegue a raccontare: “Sono un gay dichiarato. Feci il passo nel 2011 (anche se i miei già lo sapevano) , poco prima di andare con una delegazione di Torino a Roma per incontrare il Papa e poi al Europride. Nella nostra comunità è difficile dichiararsi gay, l’omosessualità non è tollerata, credono che si possa cambiare. Anche se ho subito atti discriminatori ho sempre cercato di ironizzare. Anzi, le prendo come spunto per iniziare un discorso”. A Torino secondo quanto spiega Halilovic ci sarebbero 9 campi rom tra autorizzati e non. “Il razzismo continua ad essistere e lo Stato dovrebbe essere responsabile del benessere di tutti . Questo è un tema che riguarda le passate e nuove generazioni. Non siamo cittadini di serie B, come ci chiamavano i nazisti. Da Auschwitz abbiamo lanciato un grande segnale contro il razzismo, ma ci vuole un cambiamento politico”.

Serena Halilovic

Della stessa idea è Serena Halilovic, 19 anni, nata e cresciuta a Roma, che dice energica: “Ci vorrebbe qualcuno di noi in politica. Ogni volta che le istituzioni hanno in mente un qualche progetto non chiedono mai il nostro parere. Abito nel Campo Arco di Travertino con altre 35 persone, tra cui 12 adulti. Siamo famiglie ben integrate nel nostro quartiere e la gente ci rispetta.. Tornando a casa racconterò la mia esperienza a tutti. Ora vogliamo cambiare le cose Io sindaco? Perché no”.

Roberto Hamidovic

Roberto Hamidovic fa il mediatore culturale ed è anche lo sportivo del gruppo. “Lo sport mi fa crescere come persona, ed è un’opportunità per condividere con gli altri”. La sua casa si trova nel campo rom di Pontina, dove vive con altre mille persone. “Mi sento perseguitato , è la storia che lo dice. La mia comunità ha sofferto e continua a soffrire. Visitare Auschwitz Birkeanu servirà a tutti noi giovani per diventare moltiplicatori di quello che abbiamo visto. La nostra cultura non morirà”.

Seo Cizmicè partito da Genova in compagnia di altri quatro genovesi. Lui è

Seo_Cizmic

l’unico rom del gruppo. E racconta: “Siamo una nuova generazione di rom, più attiva e organizzata. Non è stata una sorpresa quindi ritrovarmi a Cracovia con altre 500 persone che vogliono avere una nuova visione della nostra storia e cultura”. Seo Cizmic ha in mano una rosa e una maglietta nera con la scritta in lingua romanì “Dik I Na Bistar”, guarda e non dimenticare. Già, perchè tra i primi obiettivi che si pongono questi giovani è incrementare la conoscenza della storia dei rom, soprattutto riconoscere il 2 Agosto in quanto giorno della memoria del genocidio dei rom durante la Seconda guerra mondiale. “Attraverso questa iniziativa vogliamo chiedere al governo nazionale, Parlamenti nazionali e Parlamento Europeo, di riconoscere il 2 Agosto come il giorno della Memoria del genocidio dei Rom e Sinti, come ha già fatto la Germania nel 1984 e la Polonia nel 2011, – dice Seo Cizmic – . Quindi anche l’Italia è chiamata in causa. Non bisogna dimenticare che ci sono italiani rom, nati e cresciuti in Italia”.

Dello stesso parere è Graziano Halilovic, 40 anni, nato a Prato e cresciuto a Roma. Presidente dell’associazione Romà Onlus. “In Italia ci sono all’incirca 170 mila rom e più del 50% vive in un campo rom. Più del 50% sono di cittadinanza italiana. Non dobbiamo pensare ai rom generalizzando, basti vedere chi ha partecipato a questo incontro: tra di noi ci sono laureati, mediatori, avvocati, giornalisti, scrittori, ma anche chi non ha potuto studiare o vive in un campo abusivo. Chi fa la politica ripete spesso che il futuro è dei giovani ma non lasciano loro costruirselo. Bisogna coinvolgerli e incrementare gli spazi e iniziative, Oggi hanno detto no al razzismo, domani potranno avere la forza di ribellarsi e dire no a qualcos’altro”. E sui campi rom in Italia aggiunge: “Aschwitz è stata una fabbrica dell’odio e della morte, oggi esiste un altro tipo di odio. Tutto questo però è nascosto dalla parola democrazia. Se c’è un campo autorizzato vuol dire che lo Stato riconosce questi luoghi e crea discriminazione. Prima ci sterminavano nei campi di concentramento, oggi sterminano la nostra cultura”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *