Documentario: Bello essere Habesha

“Bello essere Habesha” è il documentario di Enrico Turci, Inês Vieiraw e Akio Takemoto. Ne parliamo perché oltre ad essere interessante, ha il merito di cristallizzare un particolare momento dell’integrazione straniera in Italia. Parla della comunità etiope ed eritrea a Bologna. I nostri girano nei luoghi di ritrovo a Bologna e riescono a portarsi a casa, sotto forma di fotogrammi, una narrazione molto diretta e immediata. Come raramente accade, in questo documentario sono gli stessi stranieri a parlare di loro.

A questo va aggiunto, giusto per cadere nei cliche, anche il particolare punto di vista di chi riprende. Il gruppo di lavoro comprende un italiano, Enrico, un G2, Akio, e la portoghese, Inês. Ma al di la della origine, “Bello essere Habesha” è lo sguardo di tre persone sensibili che si interrogano sull’identità sincronizzandola tra passato-presente-futuro.

Ci risponde Enrico Turci

“Raccontare è una parola grossa per noi. Eravamo partiti con l’idea di proseguire con immagini una indagine scritta di dottorato di Inês Vieira sulla comunità etiope/eritrea di Bologna. Le cose ci sono sfuggite di mano, gli incontri con i membri della comunità spesso finivano in schiuma, un pranzo succulento al Ristorante Adal, una birra da Yoseph, un film al festival etiope, una bibita al bar eritreo… Il documentario cercava di correre dietro a questi momenti che erano divenuti il fulcro della nostra estate. Quindi ogni tanto facevamo il punto e ci dicevamo scoraggiati che non stavamo raggiungendo nessun risultato concreto, molte cose slegate tra loro. L’indagine scritta di Inês invece era molto dettagliata e profonda, anche perché gli intervistati si aprivano più volentieri che non davanti a una telecamera. Sino a che non abbiamo deciso di lasciarci trascinare da questa attitudine e di trovarne i suoi punti di forza: un ritratto famigliare, dove gli intervistati si aprono come fiumi alle nostre domande, dove il filo conduttore sta nel pacato ritmo dell’afa estiva, dove è bene chiacchierare, dissetarsi, mangiare e rilassarsi di fronte alle avversità della vita. Perciò Bello Essere Habesha non è esattamente un racconto, è davvero una testimonianza, una testimonianza collaterale a qualcosa che è stato consumato: il tempo e lo spazio, ovviamente, ma consumato insieme. Tutto ciò è importante? Lo è perché è stato bello, sereno, piacevole, perciò è un invito a conoscere queste persone. E penso sia una cosa che emerge dal film, nel suo scorrere tranquillo, può indurre il desiderio di avvicinarsi, senza alcuna prurigine né curiosità.

Akio Takemoto, invece, ne sa qualcosa di più. Figlio mista dell’Italia futura, spesso ha vissuto e subito quelle stesse situazione che si narrano nel documentario.

“Questo documentario non parla delle due comunità, ma dell’incontro con loro. Ci siamo seduti abbiamo sorseggiato una paio di birre e mangiato, riso e condiviso storie. Semplice no? Spero che questo documentario tramite il calore e la simpatia che, credo, traspare da visi e parole faccia venire voglia di approfondire ciò che spesso percepiamo come “diverso”. C’è poi un aspetto che concerne la diffusa ignoranza/inconsapevolezza sul colonialismo italiano, risultante anche da una colpevolissima damnatio memoria nel dopoguerra. Facendo vedere il documentario ad amici e conoscenti mi sono accorto di quanto poco se ne sappia in Italia. Io per primo non ne sapevo quasi nulla prima di cominciare le riprese.

E’ lo stesso elemento che viene fuori anche dalla risposta di Inês. Certamente, ultimamente si possono leggere libri come “Timira” di Wu Ming 2 e Antar Mohamed che narra proprio la stessa questione.

Nel caso italiano, confesso che un po’ mi ha stupito il fatto che in Italia poco si sappia o si senta sulle comunità delle ex-colonie, pure se la storia coloniale italiana è stata più piccola rispetto ad altre storie europee. E se in Italia poco si sa, negli altri paesi – come ad esempio in Portogallo – quasi nulla si sa. Magari non raccontiamo niente per la prima volta, ma chissà se non si raggiunge diversa gente per la prima volta. Quando chiediamo in giro “Cosa sai sugli etiopi o gli eritrei?” le risposte sono di solito abbastanza povere, cadendo nei discorsi standard sull’Africa. E chi sa che Bologna è considerata la capitale in esilio per la gente habesha? Questa città ha accolto il festival eritreo per i tanti anni in cui gli eritrei lottavano per l’indipendenza dall’Etiopia. E la gente etiope va anche nei posti in cui va la gente eritrea, che la guerra era più politica ed economica che di sottofondo sociale. Questo non lo raccontiamo nel documentario, ma verrà nei post/articoli informativi che proviamo a condividere ogni mercoledì sul blog. E chi sa che da Etiopia ed Eritrea viene questa gente con tante storie, esperienze diverse e aspettative magari tanto simile a quelle degli italiani?

La seconda domanda, invece, concerne quel desidero di essere e di partire, che tocca i protagonisti del documentario, e anche la loro stessa vita quotidiana. Inês

Non credo che lo spazio fra integrazione ed identità sia di rottura ma di ricostruzione. Viviamo tutti in modo-mobilità e magari sia arrivato il tempo di non pensare che siamo così diversi su quel punto di vista. Ci sono ovviamente differenze tra una persona etiope o eritrea che vuole migrare e un italiano o portoghese che vuole lo stesso. Quello che ci serve di argomenti, a livello “macro” (crisi politiche, economiche, sociali, demografiche, ambientali) è di solito abbastanza diverso, come anche in quel livello “mezzo” delle politiche migratorie, lontananza tra origine e destinazione e reti di supporto. Ma al livello “micro” saremmo veramente tanto diversi? Le persone che abbiamo intervistato hanno la nostra età o sono venuti in Italia verso i 20-30 anni. Hanno fatto la superiore o la facoltà e parlano 3-4 lingue, quasi tutti. Il sogno di avere una vita migliore li ha spinto a venire lontano, hanno passato tante difficoltà ma si sono mantenuti nel loro percorso. Però il sogno dell’Europa magnifica contrasta con la realtà; siamo in tanti senza lavoro, ma loro, soprattutto i più giovani (che hanno lo status di rifugiati), pure senza lavoro devono rimanere in Italia (o nel paese in cui arrivano e dove sono accettati come rifugiati). La visione di mobilità diventa subito diversa; sono arrivati al continente della libertà e dei loro sogni ma possono soltanto essere liberi di movimentarsi-vivendo-lavorando in un paese. Qui vengono percepiti e si percepiscono a loro stessi come altri, diversi. Trovandosi spazio per la cultura che li manca, la ricostruiscono a livello individuale, domestico-familiare, comunitario, a volte in modo anche più profondo, quasi religioso, rispetto alla cultura vissuta nei paesi d’origine. È in questa ricostruzione, lottando per l’integrazione, che ritrovano la loro identità. Non si tratta soltanto di una identità-etiope o identità-eritrea, ma di una identità giovane, migrante, tante volte religiosa, etiope, eritrea o anche mista (tra i due paesi africani e tra questi paesi e l’Italia), di chi sogna e va avanti e poi si ritrova in un momento caotico per l’Europa. E si crea il suo spazio pur in mezzo a quello caos. E si mangia lo spaghetti e il shiro. Tornare nei paesi d’origine è un mezzo-sogno perché non ancora compiuto, l’altro mezzo sta nel rimanere nell’antico sogno europeo in cui sono riusciti ad arrivare. Questo, come tanto altro nel documentario, solo in parte (se mai) lo potevamo prevedere. Come Akio e Enrico hanno detto tanto bene, siamo stati lì con gli habesha, in un senso meno di intervista e più di accompagnare partecipando, accogliendo quello che sentivano di dover condividere e che spesso non coincideva con la “verità messa in scena” da comunità tanto silenziose quanto quelle etiope ed eritrea in Italia.

 

Non meno interessante, poi anche il coraggio dei tre che hanno scelto di non appoggiarsi a case di produzione ma di sfruttare le rete e le loro capacità. C’è una maturità quasi dolente che Akio spiega bene.

Il fatto è che siamo al punto che quel lavoro dietro la scrivania ce lo sogniamo anche… E così lavorare gratis per lavorare gratis (leggi fare stage e tirocini) abbiamo deciso di fare ciò che ci piace, consapevoli che sarà difficile che ci porti a qualcosa. Quello a cui non ci pieghiamo, più che altro, è un paese che ha deciso che con arte e cultura non si mangia, che chi fa teatro e documentari è un perditempo, mentre chi gioca in borsa va tutelato a tutti i costi.

Il maggior accesso alla tecnologia per produrre audiovisivi, la democrazia della distribuzione e tutto il resto sono aspetti che rimangono secondari. Dietro ad un bel documentario, secondo me, ci sono storie, opportunità, tempo e molto impegno; tutte cose che, ribadisco, non possono essere un semplice hobby.

Atteggiamento, per altro, pienamente confermato anche da Enrico.

In quanto al documentario e alla forma, credo che stiamo sfruttando il più possibile quella ansia interiore che ci spinge a investire tutto il tempo disponibile per creare qualcosa che ci dia piacere contemplare e se possibile vivere. Per vie traverse mi sto appassionando alle forme spurie e disseminate di una, chiamiamola così, “ontologia storica” del film e mi sono imbattuto in una frase che recita: “i film sono merci e bisogna bruciarli, i film. L’avevo detto a Langlois. Ma attenzione col fuoco interiore. L’arte è come l’incendio, nasce da ciò che essa brucia”. Ecco, facciamo molte cose che forse sarebbe meglio non facessimo, sia perché sono molto stressanti sia perché non portano spesso a risultati concreti in termini monetari e bisogna pur vivere. “Bisogna pur vivere” è una di quelle poche frasi fatte che mi piacciono perché per fortuna hanno sempre una perlomeno duplice interpretazione: chissà cos’è che ci fa veramente vivere e chissà se viviamo per dovere.

Al giorno d’oggi i gusti sono molto dilatati e bulimici, quindi più o meno tutto trova il suo pubblico. In più la tecnologia stessa permette di fare o imitare abbastanza facilmente ciò che ha una distribuzione più ufficiale. Questo a volte può essere un guaio, perché non sai mai se sei libero o se stai semplicemente imitando qualcuno: la tecnologia è talmente potente che non permette di discernere esattamente i confini tra un amatore, un dilettante, un indipendente e un professionista. In questo modo ci dimentichiamo la libertà di azione e di estetica che potremmo abbracciare dato che avremmo sia gli strumenti che il pubblico.

Se c’è una cosa che ho capito in questo anno di immersione completa in questo mondo audiovisivo è che devi dare sempre di più di quello che stai dando già, non per calcolo, ma perché scopri meglio il tuo spirito confuso e amorfo. Fare film in maniera indipendente comporta molte cose assimilabili alla catena di montaggio, molte fatiche che nulla hanno di creativo. Per questo poi quando ti guardi indietro (cioè quando guardi davanti a te il risultato del tuo lavoro) sei ancora più stupito. Indipendentemente da come vadano le cose, che io riesca o meno a fare di questo lavoro un lavoro, so che ne sarò comunque ripagato in qualche forma, è come se mi stessi mettendo a servizio di me stesso.

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