Intervista: Kaabour candidato sindaco a Genova

Tra i candidati per le elezioni amministrative dello scorso maggio a Genova c’era anche Simohamed Kaabour, nato in Marrocco 31 anni fa. La sua lista civica “Fratelli e Fratellastri”, creata solo qualche mese prima della tornata elettorale, nasce come movimento sociale, culturale per “promuovere i nuovi cittadini, portatori di competenze e capacità nel contesto sociale”.

Perché fratellastri?

I fratellastri sono quelli che non vengono considerati italiani, ma anche chi non si sente ascoltato dalle istituzioni politiche. Siamo scesi in campo per non delegare più, ma per essere parte attiva di questo processo. Con questa motivazione non è stato difficile trovare, tra autoctoni e non,  33 persone che hanno aderito alla lista. Presentarsi quindi alle elezioni è stato l’inizio di un futuro di partecipazione e conoscenza.

La sua candidatura è stata una provocazione?

No, è stata una presa di posizione. La nostra speranza non era quella di vincere ma di avere uno spazio di espressione e di fare parte di quella macchina amministrativa.

Come è stata accolta questa iniziativa?

All’inizio non è stato facile. Venivamo chiamati il gruppo di immigrati, di musulmani o di stranieri. Ma non dovrebbe interessare l’origine o la religione delle persone ma l’espressione di capacità, onestà nel lavoro che si svolge. Quello che conta è portare a termine i compiti e la responsabilità nei confronti della collettività”.

Ci riproverà?

In Italia se non hai 50 anni non hai credibilità. Noi giovani contiamo poco. Ma mi voglio impegnare e rifare le stesse cose.

A chi si ispira?

A Luiz Inácio da Silva, ci provò così tanto che alla fine divenne Presidente del Brasile.

 

Domenica Canchano

 

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