Da MMC: “Parlare Civile”: un libro per comunicare senza discriminare

“Non esistono parole sbagliate. Esiste un uso sbagliato delle parole”. È con questa frase che si apre il libro Parlare Civile, manuale sui principali temi a rischio discriminazione e sul linguaggio più adatto per parlarne. Il libro, a cura dell’agenzia di stampa Redattore Sociale e di Parsec, realtà che si occupa di ricerca e interventi sociali, è stato presentato in anteprima durante il seminario “Parlare Civile. Il giornalismo e la manutenzione delle parole” tenutosi a Roma lo scorso 18 aprile.

Parlare Civile è un mini vocabolario di 25 parole (ma a cui se ne legano più di 350) realizzato grazie al contributo di Open Society Foundations – ha dichiarato Stefano Trasatti, direttore di Redattore Sociale -. Si tratta di uno strumento a servizio di giornalisti, politici e comunicatori finalizzato alla promozione di un uso corretto delle parole, per “comunicare senza discriminare”. Senza ideologia e attraverso opinioni diverse, abbiamo voluto provare ad indicare una direzione responsabile per l’informazione e la comunicazione pubblica. La nostra proposta per un utilizzo consapevole di alcuni termini chiave è nata dalla necessità di operare per la manutenzione del linguaggio”.

“Nel libro si trovano segnalazioni degli usi errati di alcune espressioni – continua -: ogni voce è corredata di dati, esempi, etimologia dei termini e possibili alternative. Parlare Civile non è in realtà che un distillato del ben più ampio lavoro di ricerca e sistematizzazione che stiamo conducendo su questi temi e che diventerà un sito (www.parlarecivile.it) attorno al mese di ottobre”.

Tra i membri del comitato scientifico che ha seguito la redazione della pubblicazione anche il nome di Enrico Pugliese, docente e direttore dell’Istituto ricerche popolazione e politiche sociali del Cnr. “Nella comunicazione pubblica in tutte le sue forme e nell’informazione giornalistica è necessario evitare di utilizzare quelle parole che, in un determinato contesto storico e socio – culturale, causano dolore o irritazione ai diretti interessati. Spesso, la scelta di termini discriminanti è frutto di ignoranza. Basti pensare alla parola “clandestino”: questo termine abusato dalla stampa non corrisponde ad alcuna condizione giuridica. I media lo utilizzano in maniera impropria in quanto troppo estensiva: tutti coloro che non sono in regola con il permesso di soggiorno – magari perché dopo anni di presenza regolare sul territorio italiano ha perso il lavoro -, o che richiedono asilo, o che hanno avuto riconosciuto lo status di rifugiato vengono descritti erroneamente con il termine “clandestino”, sempre più spesso associato al concetto di delinquenza”.

A fare infine il punto su come il fenomeno migratorio è descritto dai media italiani è stata Raffaella Cosentino, curatrice della sezione di Parlare Civile dedicata al mondo migrante e alla sua rappresentazione. “Sono titoli come “ondata infinita” o “tsunami umano” – commenta Cosentino – che spesso compaiono sulle prime pagine dei nostri quotidiani e risuonano nei servizi dei vari tg. Simili espressioni non fanno che istillare nel pubblico sentimenti di paura e timore. Il messaggio che lasciano passare è infatti inequivocabile: i fenomeni migratori vengono presentati come pericolose invasioni, l’arrivo di profughi in fuga dalla guerra come una minaccia. Sono numerose le modalità con cui i media tendono a stigmatizzare le minoranze per la loro provenienza o condizione sociale: tra queste l’enfatizzazione eccessiva della nazionalità solo negli articoli di cronaca che in cui i colpevoli (o presunti tali) sono cittadini non italiani, l’etnicizzazione dei reati, i casi di sovrarappresentazione, etichettamento e stereotipizzazione legati all’origine straniera, l’uso di termini fortemente stigmatizzanti e scorretti come “vu cumprà”.

Le parole possono essere muri o ponti – si legge nell’introduzione di Parlare Civile -. Possono creare distanza o aiutare la comprensione dei problemi. Le stesse parole usate in contesti diversi possono essere appropriate, confondere o addirittura offendere. (…) Quando si comunica occorre però precisione, bisogna avere consapevolezza del significato, del peso delle parole. Non è facile, perché il tempo è sempre poco, perché viviamo nella nostra cultura, perché il senso e la percezione delle parole si evolvono continuamente. Non è facile, ma è necessario…”.

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