La mostra “Ecuador Femina” parte da Genova e va a Quito

A Genova l’immigrazione ecuadoriana è soprattutto femmina: su 20 mila regolari, il 60% è donna. Però i numeri possono raccontare le dimensioni della catena migratoria comparsa nel capoluogo ligure a partire degli anni ’80, ma non danno l’idea della vita reale dietro al

fenomeno. E la storia che lega le donne ecuadoriane a Genova ha inizio più di trenta anni fa, in Ecuador, dove i liguri sono sempre stati considerati una comunità ben integrata e numerosa.

La loro partenza, come molti, è stata segnata dall’inevitabile distacco dagli affetti familiari. Non è strano quindi sapere che siano stati loro a suggerire alle donne ecuadoriane di emigrare a Genova. Offrendo loro un lavoro, come assistente familiare o badante, presso i parenti rimasti in Italia.

Parte di questa storia di conoscenza, fiducia e solidarietà si puo’ conoscere attraverso la mostra fotografica di una giovane italo-ecuadoriana di seconda generazione, Zoila Bajaña, dal titolo “Ecuador Femina.

Immagini, più che parole”. Che racconta, con immagini in bianco in nero, 20 storie di vita, di lavoro, di successo, così come l’esperienza non sempre facile di un percorso migratorio al femminile. “Ecuador Femina” è il volto essenziale di una fervida comunità migrante, declinata proprio al femminile, ma non solo – spiega Bajaña – . Pur parlando di donne come aspetto tematico principale, non intendiamo affatto non valorizzare i modelli del mondo maschile, visto anzi come ambito essenziale da cui prendono forma tante storie e tanti racconti di donne di assoluta forza e valore”.

Il progetto, realizzato con il patrocinio del consolato dell’Ecuador a Genova, dell’Università e altri enti locali ed ecuadoriani, diventerà un importante pacchetto di educazione allo sviluppo itinerante. Prima tappa della mostra è il Centro civico di Genova Cornigliano. Mentre dal 7 al 15 marzo tornerà dove tutto ha avuto inizio, in Ecuador, a Quito presso il Trole-Estación Sur El Recreo. Poi Milano, Roma, Venezia, Parigi e Vienna.

“E’ un omaggio alla donna che è figlia, madre e moglie e che vive la migrazione come ‘primo migrante’ – spiega il professore dell’Università di Genova, Massimo Ruggero, curatore scientifico della mostra – . Raccontando le loro storie vogliamo affrontare tematiche importanti come le disparità sociali, problemi di genere, le discriminazioni in termini di diritti e condizioni di vita”.

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