“Italianesi”, storie intrecciate tra Italia e Albania

 Gli “italianesi” sono gli italiani rimasti in Albania dopo la seconda guerra mondiale. Abbandonati dallo stato italiano che non ne chiede il rimpatrio e sottomessi alle ripercussioni dello stato albanese che fa a pagare a loro, civili in maggioranza, i crimini commessi dallo stato fascista.

Uno spettacolo teatrale di e con Saverio La Ruina (1), “Italianesi”, appunto, narra la storia di alcuni di loro. La recensione con intervista all’attore/regista di Darien Levani ci fa scoprire sia lo spettacolo che la realtà sconosciuta  degli Italiani d’Albania.

 

Credo nel teatro narrativo, quello nel quale basta raccontare una storia e tutto il resto sparisce in dissolvenza, perché quando una storia è grande basta a riempire le sale. Tutto il resto è relativo perché è solo la storia che conta. Puoi persino permetterti, come fa Saverio La Ruina, di portare in scena solo una sedia (tra l’altro malandata, pure quella) perché tutto il resto sarebbe superfluo.

La storia di cui parliamo è quella degli “Italianesi”: sono soldati, professionisti, curiosi o parenti avventurieri che seguono l’esercito fascista nell’invasione dei Balcani. Traditi, nella peggiore delle ipotesi, abbandonati nella migliore. E’ una pagina storica poco conosciuta in Italia che narra di come dopo l’armistizio  dell’8 settembre alcuni di loro vengono trattenuti in Albania. (2)

Si tratta, per di più, di civili, medici, architetti, ingegneri. Il regime che sta per nascere dalle ceneri di un paese distrutto ha bisogno di queste professionalità per costruire il paradiso socialista. L’Italia al contempo, teme che i paesi invasi la manderanno davanti al tribunale internazionale per i crimini di guerra. Nel 1948 Enver Hoxha e il sottosegretario Mario Palermo firmano un accordo dove tutto questo ovviamente non compare, ma di fatto per tanti lunghi anni l’Italia non chiede il rimpatrio di chi è rimasto indietro. E’ un accordo che conviene a tutti, tranne che a quegli italiani sacrificati agli altari della patria, perché a quelli la storia non fa alcuno sconto. In Albania saranno visti sempre con sospetto tramite l’identificazione italiano = fascista, anche se non ci sarà mai un accanimento di regime in quanto italiani. Molti dei loro figli ricevono delle borse di studio, alcuni si realizzano nei campi rispettivi assumendo anche posizioni di commando, come per altro conferma anche il recente e prezioso libro di Robert Rubolino (1).   Eppure, mentre costruiscono il presunto paradiso socialista, continuano a sognare il bel paese al di la dell’Adriatico.

Tutto questo nello spettacolo “Italianesi” non c’è,  se non in modo marginale. La Ruina inizia raccontando la storia del figlio di un italiano espulso nel 1951, mentre la moglie viene costretta a rimanere in Albania. Per motivi che non vengono pienamente spiegati finisce internato in un campo di lavoro, vero centro dello spettacolo. Si tratta, come ci tiene a specificare La Ruina, di una realtà molto specifica che non narra la storia e il percorso di tutti gli italiani rimasti.

E allora, mentre lo spettacolo va avanti, ecco che oltre a quella sedia sulla scena nuda nasce la prigione, le montagne e un dolore ingombrante. E’ il dolore di chi è fuori posto, di chi sogna un paese che non gli appartiene e vive in un paese al quale non appartiene. E’ una storia di soprusi e sogni, di violenza e speranza, di regime e libertà: è la storia di un sarto.

Ma perché raccontare oggi la storia degli “Italianesi”?

L’ho fatto perché mi ha colpito molto la storia di una persona che nasce in un campo di lavoro comunista, che non ha potuto mai scegliere cosa fare, spiega Saverio La Ruina. Cosa succede al tuo cervello? Arrivi a un livello di atrofizzazione dove non puoi mai usare il libero arbitrio. Pensa a una restrizione che dura un tempo infinito, che alla fine è durato per oltre 40 anni. Auschwitz che era un posto infernale è durato 5 anni. Era tremendo ma ha avuto un inizio e una fine. In Albania arriva un certo punto e cambia la storia, quasi per caso, e tu sei libero! Che succede a una persona del genere, come prende la libertà che per noi è scontato? Mi interessava molto questo aspetto.

L’altro elemento che mi ha spinto è stato il voler narrare la storia di chi è nato lì si è formato lì come italiano ma adesso si sente albanese. Facendo le ricerche per questo lavoro mi è successo che a volte hanno avuto anche paura a dirmelo di sentirsi più albanesi che italiani, come se mi facessero un torto. C’era questo sogno dell’Italia, della Patria che un giorno li avrebbe accolti, questo Eden che li avrebbe ripagato di tutte queste sofferenze, c’era una visione della Patria che non è quella dell’italiano. Era un occhio esterno che conosceva l’Italia per sentito raccontare. A questo si aggiunge anche un altro tema, perché spesso dicono “Quando siamo stati rimpatriati, potevamo essere trattati meglio”. Loro sono arrivati con un pessimo italiano, da albanesi e si portavano dietro un pregiudizio, e quindi hanno vissuto male il fatto di non essere stati visti come italiani ma come albanesi. Erano quasi “dei senza patria”, sia di qua che di là, ma due mezze patrie non fanno mai una patria.

Questo poi, prosegue, ti fa riflettere anche sull’identità, vedere come sostanza la persona, il fatto di non essere da nessuna parte, e questo ti fa riflettere su questo nostro mondo migrante, come chi oggi nasce in Italia ma non è italiano e spesso lo vive in modo doloroso perché è un dramma personale.

E la reazione? chiediamo, tenendo conto che questa storia era poco conosciuta in Italia, e quindi il teatro è diventato un veicolo narrativo molto potente per raccontare anche dei fatti, pur senza diventare mai giornalismo.

E’ stata una grande sorpresa per il pubblico, quasi sempre accompagnato da una grande domanda: perché questo non si conosce? Forse perché i rimpatriati erano solo 400? Ma, al di là di questo, quando sono andato in Albania mi sono accorto di quanto questo legame fosse forte, anche prima della guerra. C’è un legame molto forte del quale però non si ha memoria. Forse c’è anche una responsabilità politica perché a un certo livello si sapeva che questi italiani erano in Albania, e sono stati abbandonati, a volte anche verso un destino terribile. Tanti di loro non sono neanche entrati in Italia, tanti sono rimasti ancora là. Inoltre fa pensare della dittatura, questa volta non la lontana Russia bensì la vicina Albania che deve essere presente nelle coscienze. Questa storia, poi, non tocca solo chi aveva origini italiane, ma anche gli albanesi. Per esempio a Parma alcuni spettatori albanesi erano strafelici di averlo visto, mi hanno detto “Lo devono vedere tutti quelli che stanno qua perché parla di noi”. E’ una storia così importante che supera il problema delle origini per diventare universale.

 

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  1. ALBERTO FRASHER
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