Intervista a Nader Sarhan, l’Alì che non ha più gli occhi azzurri.

Dopo “Fratelli d’Italia” Nader Sarhan, figlio d’immigrati egiziani, torna a reinterpretare se stesso nell’ultimo film di Giovannesi “Alì ha gli occhi azzurri”. Ma l’attore oggi è una persona diversa dal suo Alì adolescente e racconta a Prospettive di sentirsi egiziano.

E’ di nuovo al Cinema a raccontare la sua storia, il giovane Nader Sarhan, protagonista del premiato film al festival del Cinema di Roma “Alì ha gli occhi azzurri”, per la regia di Claudio Giovannesi, già interprete del documentario “Fratelli d’Italia” firmato dallo stesso regista.

In Alì ha gli occhi azzurri – ispirato da un’opera di Pasolini – Nader che oggi ha 20 anni, interpreta se stesso quando ne aveva 16 e viveva la sua adolescenza di figlio d’immigrati nato e cresciuto a Ostia, nella periferia di Roma.

Nel film il ragazzo vive il conflitto con la madre per essersi innamorato di una giovane non mussulmana, inoltre per mimetizzarsi nel suo contesto ed essere come il suo migliore amico “completamente italiano”, si mette le lenti a contatto azzurre. Alì può così sentirsi più italiano e dimenticarsi in un attimo delle sue origini e dei suoi conflitti irrisolti.

Eppure, la realtà di Nader oggi è diversa rispetto a quella che vediamo attraverso Alì: “Ormai è storia” – racconta l’attore a Prospettive – . Nader non ha infatti più gli occhi azzurri e ci dice di sentirsi prima di tutto se stesso e poi “un ragazzo egiziano”.

 

Qual è la differenza tra te e Alì, il personaggio che interpreti?

Il personaggio che interpreto corrisponde a me quando avevo circa 14 anni e vivevo le cose come un ragazzo di quell’età, adesso sono una persona molto diversa rispetto al personaggio che interpreto.

In realtà, esattamente come si vede nell’ultima scena del film, la questione con mia madre non si è mai del tutto risolta, tuttavia non lo vedo come uno scontro culturale, il problema è che mia madre non accetta il fatto che possa stare con una ragazza non mussulmana, mentre è una cosa che dovrà accettare prima o poi, ma non ne faccio un dramma oggi. Inoltre, piano piano, anche dopo l’uscita del film, vedo che le cose migliorano in questo senso.

 Cosa significa per te essere un italiano di origine straniera?

Io mi sento egiziano, perché i miei genitori sono egiziani, parlo l’arabo in casa e tutti i miei parenti sono egiziani, quindi lo sono anch’io. E’ vero, sono nato in Italia e ho la cittadinanza italiana, che mi è stata trasmessa da mio padre quando ero ancora minorenne, ma l’identità che sento non è quella italiana.

La cittadinanza italiana può essere importante per una questione di facilitazioni lavorative, ma, almeno per me, per altri aspetti non lo è. Capisco che altri figli d’immigrati si possano sentire più italiani e che per loro ottenere la cittadinanza italiana sia molto importante, ma io mi sento molto legato alle mie origini egiziane.

Quanto ti ha dato in termini di crescita personale mettere in scena la tua storia?

Quest’esperienza mi ha dato moltissimo in termini di crescita. E’ stato il mio primo film dopo il documentario, che avevo realizzato sempre con Giovannesi e mi piacerebbe fare l’attore, però resto con i piedi per terra e nel frattempo lavoro in una sala da poker. Dopo il documentario ammetto di averci creduto molto, ma poi sono tornato alla mia vita e anche se resta un mio desiderio mi rendo conto che è una strada difficile.

Prospettive future?

Ancora non lo so, mi piacerebbe continuare a fare cinema. Ho ricevuto qualche proposta, ma è ancora presto per dirlo. Inoltre vorrei andare all’estero, in Paesi che magari offrano maggiori opportunità lavorative. Si vedrà.

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