E se Zidane fosse nato in Italia?

Di Nader Ghazvinizadeh

Non si gioca più a calcio nei cortili, in Italia, per legge: è vietato dal regolamento condominiale. L’ora di educazione fisica a scuola è una farsa che simboleggia la siderale distanza tra i bisogni dei giovani cittadini e l’istituzione. Anche negli stabilimenti balneari non è permesso giocare a palla.

Restano le scuole calcio, a pagamento: molti bambini in fila e vestiti uguali che aspettano il loro turno per ripetere lo stesso esercizio del compagno che li ha preceduti.

Il calcio per bambini si è evoluto molto, negli ultimi anni, dopo decenni di immobilismo: alcune società vantano consulenze di psicologi dell’età evolutiva, le squadre di piccoli calciatori sono allenate da istruttori laureati in scienze motorie, in molti campionati è proibito che anche un solo bambino resti in panchina per tutta la gara, a differenza dal passato le dimensioni dei campi ed il numero dei giocatori sono regolati in base alle età dei calciatori.

Questa svolta montessoriana prevede anche che, per evitare lo sfruttamento dei minori a scopi calcistici e la tratta di giovani calciatori da paesi in via di sviluppo all’Italia, di fatto sia impossibile l’accesso al calcio da parte di bambini non italiani o figli di non italiani.

Le discriminanti che non permettono ad un giocatore straniero di essere tesserato sono la residenza in Italia da meno di dodici mesi, un permesso di soggiorno non valido fino alla fine della stagione e, in ultima istanza, il fatto di non essere comunitario.

“La differenza di trattamento tra giocatori italiani ed extra UE si fonda unicamente sulla loro provenienza e la norma non è posta a tutela di alcun interesse comune”. Così si è espressa il giudice Susanna Zavaglia sulle regole definite discriminatorie che sono applicate in seno alla Figc Lega Pro (la vecchia serie C) e che prevedono che nessun giocatore extracomunitario possa essere tesserato.

La vulgata è questa: la serie C è una fucina per giovani giocatori italiani che saranno il bacino per le squadre nazionali ed i Club di serie A, permettere il tesseramento di giocatori extracomunitari significherebbe inquinare le falde dei nostri vivai, togliendo spazio ai giovani italiani.

Permettere a una squadra di serie A di tesserare extracomunitari e non permetterlo a una di C significa che i figli degli immigrati cresciuti in Italia non possono fare del calcio il loro mestiere, anche guadagnando soltanto 15 mila euro all’anno – il minimo sindacale in Lega Pro- mentre L’Internazionale può schierare una intera squadra di extracomunitari che sono nati in altri paesi, come Brasile e Argentina, e sono divenuti italiani grazie a misteriosi antenati.

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  1. cosimo salonne
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