Dossier: Sport, l’importante è partecipare. Ma non a tutti è permesso

Lealtà, rispetto, integrazione. E ancora socializzazione, amicizia, fair play. Per lo sport siamo abituati a sentir spendere parole che evocano quanto di più buono possa esser immaginato. E spesso, per fortuna, non solo di retorica si tratta. Ma forse non tutti sanno che c’è anche un’altra faccia della medaglia. Quella che porta impresse le parole “esclusione” e “disparità di trattamento”. A conoscerla sono i giovani di origini non comunitarie nati e cresciuti in Italia – italiani a tutti gli effetti, ma ancora stranieri per la legge – che si vedono negata la possibilità di intraprendere una carriera sportiva.

In questo dossier abbiamo fatto parlare le storie. Quelle di due donne straniere che, con perseveranza e tenacia, sono riuscite a farsi strada nel mondo dello sport. E quelle degli atleti – o potenziali tali – a cui il principio dello ius sanguinis chiuda le porte in faccia prima ancora di farli discendere nell’agone.

I. Diana “immigrata” per sport e per amore

Gli sportivi sono i migliori ambasciatori nel mondo e questo ormai non è più una novità. Così come si sa che lo sport, soprattutto per i paesi piccoli e meno noti, è un potentissimo veicolo promozionale. Ma capita talvolta che i campioni di un certo calibro, una volta finita la carriera, decidano di fermarsi nel paese che li ha sportivamente adottati. Rinunciando magari alla notorietà che nella loro piccola patria avrebbero potuto ottenere molto più facilmente. Fermarsi per continuare a seminare e raccogliere. Leggere tutto.

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II. Jihane Essaouis: mediatrice di mestiere e arbitro per passione

Jihane Essaouis, poco più che ventenne, nata in Marocco, è tra le prime ragazze della seconda generazione, figli di immigrati, che da poco ha realizzato un suo sogno, quello di diventare arbitro di calcio. Leggere tutto. 

 

 

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III. Ius sanguinis, un ostacolo per le carriere sportive dei nuovi cittadini

Photo by Elvert Barnes

Fra le iniziative che associazioni, istituzioni e varie altre anime pie intraprendono per favorire l’integrazione dei cittadini stranieri, molte sono di natura sportiva. Perché, almeno sulla carta, sport è sinonimo di lealtà, rispetto dell’avversario, spirito di sacrificio, fair play … In questo ambito l’unico discrimine per affermarsi dovrebbe essere il talento, al di là del colore della pelle o del paese di provenienza. Leggi tutto.

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IV. E se Zidane fosse nato in Italia?

 

Non si gioca più a calcio nei cortili, in Italia, per legge: è vietato dal regolamento condominiale. L’ora di educazione fisica a scuola è una farsa che simboleggia la siderale distanza tra i bisogni dei giovani cittadini e l’istituzione. Anche negli stabilimenti balneari non è permesso giocare a palla. Leggi tutto.

 

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Reportage multimedialeSport come strumento di integrazione tra Francia e Italia

Nelle periferie di Bordeaux nell’Ovest della Francia una società sportiva municipale sperimenta metodi di educazione alla cittadinanza tramite il calcio.

In Italia lo sport invece è ancora vissuta come attività prevalentemente agonistica e chi tra gli immigrati lo vuole praticare ad alto livello si imbatte in leggi discriminatorie.

Un audio documento realizzato presso Radio O2 di Cenan nella Periferia di Bordeaux, nelk ottobre 2012

Leggere ed ascoltare qui

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