Wherelse: Convivenza e Rap ai Bagni Pubblici

Torino. 20/11/2012. Ionut Murariu,

A volte, per combattere alcuni dei nostri tanti pregiudizi, non bisogna fare altro che aprire gli occhi e appoggiare lo sguardo proprio sulle cose più ovvie: cose che sono ordinarie per la loro ovvietà e straordinarie per il loro significato. E questo è un metodo che può dare ottimi risultati per esempio in una zona come la Barriera di Milano, una delle periferie di Torino. Qui le vecchie generazioni degli ‘storici’ abitanti guardano ormai da anni la crescita, l’evolversi di una generazione più giovane e nata già all’insegna della diversità culturale. Diversi ma uguali non è il nome di un dato di fatto ma il nome di una lotta per la convivenza e il rispetto tra le persone. Quando un ragazzo di colore viene aggredito per le strade del quartiere solo perché si presume sia uno spacciatore, allora si capisce che la lotta è ancora da fare. E in questa lotta fanno la loro parte anche i ragazzi di cui si parlerà nelle prossime righe. Lo fanno con il rap o meglio con il loro progetto comune di produzione musicale. Li ho conosciuti per la prima volta con l’occasione di una proiezione video organizzata ai Bagni pubblici di via Agliè …

I ragazzi dello studio Wherelse

La sera di giovedì 25 ottobre sarebbe stata per molti abitanti della Barriera di Milano un’opportunità per guardare un accattivante documentario che parla del loro quartiere. Il film, intitolato “Frontiera interna”, sarebbe dovuto iniziare alle 21.

Pochi minuti alla proiezione, qualcuno si fuma l’ultima sigaretta prima di entrare. Un altro si lega attentamente la bici e va subito dentro. Nonostante la sala fosse ancora vuota, le sedie nere davano già l’idea che presto quel posto si sarebbe riempito. In fondo alla sala, a sinistra, una macchinetta per il caffè dava il suo contributo all’organizzazione della serata: poteva servire solo se rimaneva spenta, lasciando libera una presa in più. Una ventina di minuti dopo le 21: guardando le persone che non trovavano più posto, Erica – la responsabile dei Bagni – propone una seconda proiezione, ma i meno fortunati scelgono di rimanere. Erica è soddisfatta, perciò niente bis. Tutti contenti, sorridenti. Lo spettacolo può iniziare.

Durante il documentario la realtà del quartiere è raccontata principalmente da due tipologie di persone spesso divise da una frontiera fatta di pregiudizi e paure: i pensionati, quasi tutti italiani, e i giovani, quasi tutti immigrati. Finita la proiezione, si accendono le luci e prendono la parola i responsabili del progetto insieme alla regista, Rossella Schillaci. Si invita il pubblico a una riflessione aperta sui temi presentati nel film. Ad aprire il dibattito della serata è signor Angelo, uno dei protagonisti del documentario e rappresentante del primo gruppo. Lo fa quasi per smentire una certa impressione che forse aveva potuto dare durante il documentario. Non vorrebbe che qualcuno si azzardasse ad accusarlo, insieme ai coetanei con cui organizza le ronde, di razzismo. Però quella di signor Angelo si dimostra un’impresa inutile. Altri suoi coetanei prendono la parola: “sì, a causa degli stranieri la mia casa, cioè il mio investimento, ha perso valore”, grida uno. Un altro confessa che la sua religione è una sola: “io a questi gli sparerei in faccia”, mostrando l’indice destro puntato come una pistola. Ma aggiunge, poi, che si riferisce “solo agli spacciatori”. In poco tempo la sala si riempie di parole, grida, nervi, accuse, smentite, aneddoti e gli organizzatori della serata s’improvvisano moderatori di una riflessione collettiva inaspettatamente troppo accesa e poco … riflessiva.

Approfittano del disordine altri protagonisti del documentario, quelli del secondo gruppo, che si preparano a mettere in scena il loro spettacolo hip-hop. I versi iniziano a rullare, parlano di …tempi di crisi… fateci vivere, non sopravvivere … non so se piangere o ridere … una donna che di lavoro si uccide … credo a me stesso e all’umanità…

Il mini concerto conclude la serata ma gli applausi finali hanno l’ultima parola. La gente si saluta, piano piano la sala si svuota, qualcuno fuori si accende la sigaretta con impazienza. I ragazzi che hanno chiuso la serata restano per dare una mano e mettere a posto le sedie. Dopo aver preso il fiato abbastanza, la macchinetta per il caffè è di nuovo connessa alla corrente, comincia a fare le fusa: è pronta a offrire le sue bevande a soli “50 cent”.

I ragazzi dentro il piccolo studio Wherelse

Il giorno dopo, gli stessi giovani – Enea, Riccardo, Roger, Jacob – si incontrano di nuovo ai Bagni. Hanno una passione in comune, il rap, e come ogni venerdì pomeriggio Vivian B, docente di canto moderno, li riceve per il corso di “igiene vocale”. Vivian si propone di “aiutarli ad andare sul palco per sfogare tutta la rabbia e lanciare il loro messaggio, possibilmente senza rovinarsi la voce.” I primi minuti sono dedicati all’organizzazione della prossima lezione. Si mettono d’accordo per concordare gli orari e i vari compiti artistici, ma non è sempre facile visto che la loro quotidianità è fatta di attività diverse. Riccardo, 19 anni, frequenta il quinto anno del Liceo artistico ed è in cerca di lavoro. Per lui ce n’è di tempo libero, ma… “servono anche due soldi”. Enea, 23 anni, è iscritto alla facoltà di Scienze motorie e lavora come pizzaiolo il sabato sera. Lo sport è una delle sue “ragioni di vita” insieme al rap, ma ogni giorno è più convinto che tra le due la musica stia vincendo. Confessa che per lui scrivere musica è più un’esigenza che una passione. Enea e Riccardo sono fratelli e fanno rap insieme da anni. La prima volta che li ho incontrati, Enea diceva che “è fantastico cantare con il proprio fratello perché c’è una mescola, una pasta di voce particolare e poi su alcune cose ci troviamo senza dovercele dire.”Roger, 23, lavora come decoratore, muratore, pizzaiolo e nel poco tempo libero fa quello che gli piace di più: musica. Si mettono d’accordo per la prossima settimana e, dopo le impressioni sulla serata precedente, sul documentario e sul loro concerto, nella sala cominciano a risuonare gli esercizi vocali. L’atmosfera è molto informale, le scale armoniche invadono la camera, le vocali aperte e molto lunghe vagano tra le riviste di viaggio, le copie di Historia del ’58 e due macchine da scrivere appese sul cassettone lungo quasi quattro metri.

Oggi i ragazzi si sono proposti di viaggiare nel mondo della musica a bordo di un Yellow Submarine. E’ come riscaldarsi la voce imitando Ringo Starr per poi provare a cantare come 2Pac. Può sembrare strano ai non addetti ma in fin dei conti questo è un laboratorio di canto in cui ci si diverte insieme e si educa le corde vocali, il tutto con un fine ben preciso. Jacob, originario della Guinea, lo fa per poter raccontare meglio “la realtà del quartiere di Barriera”, e le ragioni per le quali ha preso le decisioni più importanti della sua vita. Il suo impegno artistico è caratterizzato da una lotta contro i pregiudizi nei confronti degli immigrati. In Barriera si accosta spesso la figura dell’immigrato, specialmente quello di colore, a quella dello spacciatore. Anche Jacob ammette che “lo spaccio è veramente un problema” in questo quartiere, però “bisogna avere presente anche realtà come quella di Napoli in cui sono cresciuto e dove gli spacciatori sono gli italiani, non gli immigrati. Il rispetto dev’essere reciproco. Non puoi pretenderlo se tu non lo dai.” Le sue parole anticipano un caso di cronaca: infatti, Antonio Pisano, 49 anni, con alle spalle una lunga storia di traffico di droga e ucciso a colpi di pistola in una delle vie della Barriera mercoledì 23 novembre, non era affatto africano. We all live in a yellow submarine, a yellow submarine… La lezione di ‘pulizia vocale’ finisce dopo quasi tre ore e i ragazzi si danno l’appuntamento per il giorno dopo.

Come ogni sabato mattina, tornano ai bagni per la registrazione dei loro brani. Il posto di Vivian B lo prende Marco Piccirillo, musicista nonché produttore dei brani del gruppo hip-hop di cui fanno parte Enea (nome d’arte Unlock ), Jacob ( Muso Black), Riccardo (Tokayo) e Francesca (Miss Sister). Questi giorni si lavora a un feat. con Roger (El Rolo). Sono proprio occasioni come queste in cui i giovani rapper dimostrano di fare sul serio. Hanno ambizioni artistiche che trovano conferma nelle parole di Marco: “il nostro progetto in fase di produzione prevede un disco che contiamo di far uscire per giugno al massimo, in concomitanza con un micro-festival hip-hop che organizzeremo all’inizio dell’estate ai bagni stessi”. Il loro studio di registrazione, formato da due ex cabine doccia, si chiama Wherelse. Volendo si potrebbe continuare la domanda tradotta: In quale altro posto… avrebbero potuto realizzare il loro desiderio di fare e registrare musica, a costo zero, sotto la guida di Vivian e Marco? Il nome dello studio potrà rimanere lo stesso per sempre. Si spera soltanto che Wherelse diventi più grande e che posti come questi si moltiplichino.

Sabato 24 novembre, l’appuntamento è stato spostato. Marco ha lavorato nella mattinata – insegna teoria musicale e basso elettrico -, perciò si sono dati appuntamento all’una. Wherelse si trova nel corridoio del primo piano dei Bagni. Sempre qui, sui muri e all’interno delle ex-cabine doccia, è organizzata fino al 10 dicembre la mostra Vision d’Afrique che raggruppa i lavori di Marina Tabacco e Romain Mayoulou. Qui convivono l’arte della pittura e quella della musica, così come convivono la luce forte che esalta i quadri appesi sui muri coperti di piastrelle giallastre, e la tela nera che copre le pareti dello studio di registrazione.

Marco prepara le basi musicali su cui i ragazzi devono mettere i loro versi, concepiti quasi sempre il giorno stesso. A turni entrano nella sala di registrazione e, tra 2 Pac che lancia loro uno sguardo dal quadro alle loro spalle e Marco che li osserva dall’altra parte del vetro che separa le due mini camere dello studio, i rapper imprimono le loro storie sulla traccia che farà parte del loro primo disco.

“Voi non mi vedete ma sono sorridente” scherza JB dietro il microfono, pronto per registrare la sua parte. Tiene nella mano sinistra l’i-Phone su cui gli capita di scrivere i testi fuori dallo studio.

Francesca invece parla al telefono. Ha già registrato il ritornello della canzone su cui lavorano oggi. Nata a Moncalieri, ha 18 anni e studia musica da quando aveva 13 anni. E’ arrivata nel gruppo dei ragazzi a settembre, tramite Marco, il suo insegnante di contrabbasso. E’ in quinta superiore, studia al liceo linguistico. Tanti quando la vedono per la prima volta le dicono che assomiglia ad Amy Winehouse. “Non so mai se loro lo intendono come un complimento o come una critica. Amy Winehouse o ti piaceva tantissimo o ti faceva schifo”. Per Francesca il rapporto con gli altri è importante e a volte anche sofferto: “Non sai il modo in cui ti vede la gente.. Ho letto un libro di Pirandello, Uno nessuno e centomila e da quel libro lì ho avuto delle paranoie brutte brutte, che continuano a persistere anche oggi. Il dubbio, in generale: Cosa sembro per le altre persone..”. In genere Francesca è inquieta. Una sua amica la rimprovera per gli sms monosillabici con cui risponde. Ed è uno stato d’animo che a volte mostra anche durante le registrazioni al Wherelse Studio. Ma “oggi è andata bene” dice sorridendo, “più delle altre volte. A livello umano mi riferisco. Oggi sono abbastanza tranquilla, non ho paranoie per la testa.” Per Miss Sister è abbastanza strano partecipare a un progetto hip-hop. Strano rispetto a ciò a cui era abituata: rythm & blues, soul, jazz; però “sembra che c’incastriamo bene”, dice, “vediamo cosa ne esce fuori.” E’ un po’ scettica per quanto riguarda il successo nel mondo dell’arte in generale e in quello della musica in particolare: “è difficilissimo, c’è tantissima competizione. Da tutte le parti, soprattutto su internet. Secondo me, fare musica adesso è la cosa più difficile che uno possa fare. Il capitalismo ci ha reso proprio tutti competitivi, cazzo. In tutte le cose.” Silenzio. Seduta sul divano, inchina la testa, un profilo dolce, marcato dall’eyeliner e dal piercing sopra l’angolo sinistro della bocca – assomiglia ad Amy Winehouse e lo intendo come un complimento -, lo sguardo sembra perso, fisso sulle ginocchia. Con un gesto lento si mette la mano sul ginocchio destro come se si fosse ricordata che i suoi jeans verdi sono rotti, proprio come i jeans di molti che hanno la sua età.

Nel frattempo anche El Rolo ha finito di registrare la sua parte. Deve uscire prima. Stasera lavora in una pizzeria a Settimo Torinese. Ha 23 anni e da 10 vive a Torino. E’ di Bogotà, dove i figli nati da genitori provenienti da altre regioni della Colombia vengono chiamati “rolos”. E’ stata sua sorella a fargli conoscere la musica rap. Ha cominciato a vestirsi “largo”, poi ha deciso di fare questo tipo di musica. E’ ancora molto attaccato alla sua città. L’ultima volta ci è tornato due anni fa, per due mesi, e prima di tornare in Italia ha provato molta tristezza. “Non vorresti mai tornare indietro però purtroppo bisogna farlo”. Nei suoi ricordi, un posto fisso ce l’hanno anche i naziskin di Torino che a scuola gli gridavano “colombiano di merda”. Quel tempo è ormai passato e Roger ha saputo da sempre ignorare le loro parole.

El Rolo viene ogni sabato insieme agli altri perché forse è tra le poche cose che ha veramente voglia di fare. E lo fa con tanto piacere. E’ convinto che una canzone possa cambiare tantissima gente, perciò quando scrive i testi ha sempre in mente un ipotetico ascoltatore con il quale dialoga. Non gli piace parlare di droga nelle sue canzoni perché non ne fa uso. Dice che non è come quelli che cantano cose del tipo “io faccio, io spaccio, io di qua io di la”. “Soltanto per cosa”, si chiede , “per apparire più grandi?”. El Rolo viene ogni sabato insieme agli altri perché la musica per lui è una passione che brucia. E lo spiega in una sua canzone, “Fuego”: “ho un fuoco dentro che mi brucia ma non lo so domare. Non mi posso fermare devo solo continuare a lottare per capire che un giorno ce la posso fare”.

Stasera Roger e Francesca partono insieme perché fanno la stessa strada in pullman. Marco deve suonare in un locale. Anche lui se ne deve andare. Al Wherelse rimangono gli altri per ancora poco. Enea deve ancora registrare il suo pezzo. Si è fatto tardi ma anche oggi tutti devono fare la loro parte.

I Bagni: è passato più di un mese da quando un altro tipo di passione bruciava l’anima di quelli che durante il “cineforum” ribadivano il loro desiderio criminale contro chi spaccia e volevano prendere a botte chi è di colore e ha il coraggio di camminare davanti ai loro palazzi. Un falso desiderio di legalità che spesso nasconde i sentimenti razzisti di chi vorrebbe un “mondo migliore”. Sempre in Barriera di Milano ho conosciuto questi ragazzi di origini diverse, i quali, durante le ore passate al Wherelse, mettono già in pratica un mondo migliore. Qui si trascorrono insieme delle ore di vera e straordinaria convivenza basata su un’idea di gruppo che Francesca riassumerebbe così: “Aldilà di riuscire o non riuscire nella musica, l’importante è il rapporto che si può creare tra le persone.”

Saluto anch’io i ragazzi. Spero che ci sia ancora. Scendo le scale e saluto Malik il sarto. Spero che ci sia ancora. L’ultima me l’hanno fregata in corso Regina, un mese fa. Esco. Sììì, c’è ancora la mia bici! Francesca, siamo tutti un po’ paranoici! ;-)

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *