Torino. Continua l’odissea dei profughi di Corso Chieri

Torino, 27/11/2012. Reportage di Murat Cinar (*un ringraziamento speciale a Sara Elter per la collaborazione attiva)

 A Torino, in Corso Chieri, alcuni profughi somali confrontati al problema dell’alloggio, hanno occupato una casa abbandonata.  Tra la legge che li mantiene in una precarietà permanente e la solidarietà della gente che li aiuta a sopravvivere, sognano di andare oltre la mera sopravvivenza per avere quella vita migliore per la quale hanno affrontato mille pericoli. 

un reportage di Murat Cinar (*un ringraziamento speciale a Sara Elter che ha collaborato attivamente alla realizzazione)

“Io sono stanco di essere straniero”. Lo dice con gli occhi che brillano nella poca luce della stanza, visibilmente emozionato. Lo dice raccontando la sua storia, così simile a quella di tutti gli altri. La storia di nomade disperato in fuga dalla guerra e da una carestia disastrosa: “La mia famiglia mi ha dato 8500 euro per venire via dalla Somalia. Quando sono arrivato in Italia sognavo. Sognavo di fare il professore. Volevo studiare e poi tornare nel mio paese e fare qualcosa per loro. Ora mi vergogno a rispondere al telefono quando mi chiamano da casa. Perché so che mi chiedono un aiuto e io non glielo posso dare. Io non ho niente qui, ma non me ne posso andare”. Già: anche chi ha parenti altrove e potrebbe trovare sistemazione nei Paesi del Nord Europa, non lo può fare grazie ad accordi che se ne fanno ben poco delle loro storie e delle loro persone: “Abitavo in Svezia, avevo un alloggio, da solo. Potevo anche mandare soldi a casa. Mi hanno rimandato indietro perché sono arrivato dall’Italia”.

Ora il suo alloggio è una casa occupata in corso Chieri, a Torino, dove vive con altri 84 connazionali stipati nelle quattro stanze di una sede dismessa dei vigili urbani. La storia dei somali a Torino percorre varie tappe che iniziano nel 2007, quando l’occupazione di uno stabile da parte di un folto gruppo di rifugiati africani con donne e bambini coinvolge cittadini e associazioni. Viene chiesta una soluzione alle autorità, che la deliberano a settembre del 2009 individuando come accoglienza temporanea una ex caserma, situata in un quartiere elegante della città: via Asti. Ma l’inserimento di una comunità di africani sfollati in un quartiere della pre-collina torinese inizia a procurare tensioni e malumori.  Gli ospiti, tutti in regola coi documenti, vengono costretti a rigida disciplina, i loro movimenti controllati. La caserma, però, deve essere sgomberata: diventerà sede del comitato per le celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia. Così nel 2010 in tutta fretta gli ospiti vengono inseriti in un progetto gestito dal Comune e affidato con delibera agli stessi soggetti che gestivano via Asti. Una parte dei somali però, rifiuta di collaborare: sono i più irriducibili, i più orgogliosi, anche i più autonomi che occupano così una piccola casa, abbandonata e isolata, nello stesso quartiere. E’ una scelta fatta da una decina di persone. La casa è abbastanza grande. Non c’è il riscaldamento, ma acqua ed elettricità sì e ci si può arrangiare. Viene firmata una convenzione per il cibo con il Banco Alimentare.

Intanto il progetto del Comune, dove gli altri rifugiati sono entrati, prevede un solo anno di accoglienza. Un anno in cui, per contratto da loro firmato, devono: imparare l’italiano, dare l’esame di terza media, iscriversi nel frattempo ad una scuola professionale, usufruire di tirocini lavorativi (poco) retribuiti e lavorare. Alla fine di questo percorso – da miracolo persino per un italiano –dovrebbero essere divenuti autonomi, con un reddito possibilmente stabile. Sono 365 giorni e non uno di più. Molti di loro, anche persone di buona volontà, intelligenti e preziose, si trovano nuovamente sulla strada senza alternative.

Così capita che vadano a chiedere e trovino solidarietà e rifugio presso gli altri somali, quelli che abitano in corso Chieri, dove la popolazione inizia così a lievitare. La città non offre molte alternative: i tempi di attesa dei dormitori sono di mesi e la permanenza comunque ridotta a 30 notti soltanto. Gli abitanti della casa occupata continuano ad aumentare, a mano a mano che il Comune dimette altri profughi alla scadenza dell’anno di accoglienza. Il Banco Alimentare continua a portare cibo ogni 15 giorni, ma è diventato insufficiente. Per scaldare ci sono piccole stufe elettriche, le finestre sono sbarrate da tavolacci di compensato; i due soli bagni (un wc e una doccia ciascuno) vengono tenuti disperatamente puliti. Si dorme anche per terra.

La situazione precipita negli ultimi mesi quando la stessa amministrazione comunale decide di eliminarli dai beneficiari del Banco Alimentare perché – questa la motivazione – trattasi di casa occupata e non di associazione: il cibo non arriva più. Intanto la residenza ottenuta nell’accoglienza del Comune è stata cancellata e in corso Chieri non c’è l’abitabilità. E’ necessaria però per rinnovare i permessi di soggiorno. Viene chiesto allora di applicare la stessa procedura degli italiani senza fissa dimora, l’indirizzo di “via della casa comunale 1”: senza residenza non si può richiedere il medico di base; entrare nelle graduatorie per le case popolari; avere a che fare con le agenzie interinali oltre che coi datori di lavoro. Non ci si può iscrivere al collocamento. Non si ha la tariffa agevolata sugli autobus in quanto disoccupati. La risposta, agghiacciante, arriva dalla direzione  dei servizi civici del Comune di Torino: “la soluzione di via della casa comunale 1 non è ancora stata utilizzata per questa categoria di cittadini, poiché il procedimento messo in atto con la polizia municipale per ottenere tale indirizzo è particolarmente lungo e rischierebbe di danneggiare anziché favorire la situazione dei soggetti”.

La situazione dei “soggetti” intanto resiste, in corso Chieri, grazie alla solidarietà di tanti, privati cittadini: “Vogliamo come umani vivere a Torino – dice uno degli abitanti della casa -. Ci stanno aiutando tanti poveri italiani, tanti amici e i vicini”, per un sogno che si condensa in poche parole: “Io non cerco solo cibo e dormire, io voglio una vita migliore”.

Domenica 2 dicembre alle ore 16 l’autore di <Chi comanda a Torino>, Maurizio Pagliassotti, invita i cittadini tutti alla presentazione del libro, in corso Chieri 19, portando un po’ di spesa (esclusa la carne di maiale) e sostituendosi così, anche se per poco, al Banco Alimentare.

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