Genova: la mostra Memorie e Migrazioni compie un anno.

Genova, 20/11/2012. Interviste di  Mayela Barragán Z.

“In Italia abbiamo infranto un tabù: quello di vedere i fenomeni dell’Emigrazione e dell’Immigrazione separatamente, esiste un unico fenomeno che si chiama Migrazione”.

Il Museo del Mare di Genova, un anno fa, ha allestito una mostra permanente intitolata Memorie e Migrazioni. Pierangelo Campodonico, direttore del Museo e curatore della mostra ci parla del come e del perchè di questa scelta.

A pochi passi dall’ingresso del museo, si trova una grande opera murale intitolata: Orizzonte di Speranze. Munú Actis Goretta, l’artista argentina autrice dell’opera, ci narra le origini storiche e affettive della sua produzione.

Sala del Centro di Elis Island. Fonte: Museo del Mare

Occupa l’ottavo posto nella lista dei primi dieci musei più visitati in Italia. È il Museo Galata, o Museo del Mare, di Genova, a due passi dal Porto Antico, che dal 17 novembre dello scorso anno offre al pubblico una mostra permanente sulla realtà del fenomeno migratorio del Mediterraneo. La mostra raccolta nel Padiglione Memorie e Migrazioni, un percorso museale di 1200 metri quadrati, permette al visitatore di interagire con documenti, storie, oggetti di chi con poco bagaglio è partito dal porto di Genova per andare in Argentina, Brasile, o New York, e di chi è arrivato in Italia dagli anni 70 in poi o di chi in condizioni più disperate, su un barcone, è arrivato a Lampedusa e oggi appartiene a una massa di rifugiati innavvertita nel territorio, o non è mai arrivato ed è scomparso nei fondali del Mare Mediterraneo.

A un anno dall’inaugurazione del padiglione Memorie e Migrazioni (MeM) ho voluto incontrare il curatore della mostra Pierangelo Campodonico, direttore del Museo del Mare.

A livello espositivo cosa offre al visitatore l’esposizione permanente del Padiglione Memorie e Migrazioni?

─ Come museo in Liguria siamo i primi mentre a livello nazionale ci poniamo in una buona posizione. Il ruolo di un museo è quello di essere un agente educativo, di offrire dei contenuti che facciano cambiare punto di vista al visitatore. Abbiamo un atteggiamento culturale che ha infranto un tabù: quello di vedere i fenomeni dell’emigrazione e dell’immigrazione separatamente, esiste un unico fenomeno che si chiama “migrazione”.

La mostra raccoglie le storie di persone che nel 1800 si sono spostate fuori dalla penisola, e di quelle che a partire del 1970 sono arrivate in Italia, immigrati che oggi rappresentano il 7 % della popolazione generale, una quota significativa, e che sono l’altra faccia di uno stesso fenomeno.

─ Qual è la novità di questa mostra permanente?

─ Essere al passo con i tempi, utilizzare i racconti delle storie per ricordare cosa ha lasciato l’emigrazione, raccontare la storia degli immigrati, di quelli che sono partiti in condizioni di guerra; storie che se raccontate insieme aiutano alla coesione sociale, favoriscono una convivenza pacifica, sensibilizzano. La mostra termina con i ragazzi delle seconde generazioni, perché anche loro sono il futuro di questo paese e perché condivido la stessa posizione del Presidente della repubblica, Giorgio Napolitano.

─ Da chi è stata concepita l’idea della mostra?

─ Ė stato un lavoro in house, non esiste un progetto scientifico vero e proprio; cercavamo dei nuovi temi per un museo che parla di mare, e a un certo punto ci siamo resi conto che c’era un’area della navigazione di cui si parla assai poco “la navigazione degli emigranti”. Inoltre, riscontrando che la storia di Ellis Island raccontata nella mostra “La Merica” era piaciuta molto, ci siamo detti “perché non esporre attraverso un viaggio oceanico le altre mete dell’emigrazione? Per esempio l’Argentina, dove sono giunti 2.500.000 emigranti italiani, o il Brasile che ne ha visto approdare 1.500.000. Un modo questo per accompagnare il visitatore a esplorare in un mondo toccato da problematiche che si chiamano razzismo e senso dello sradicamento, e per permettere un’altra osservazione del fenomeno migratorio.

E’ per questo che nello stesso percorso è presente anche la storia delle migrazioni attuali e degli sbarchi in Lampedusa. Quest’ultima, una tragica realtà, dove noi siamo testimoni di una cronaca che è diventata storia. Raccogliere oggi stesso la storia; per questo abbiamo anche voluto recuperare uno dei barconi di Lampedusa, allo scopo di ricercare un parallelismo tra le tragedie della emigrazione: storie bagnate di sangue come quelle delle imbarcazioni Principessa Mafalda e Il Perù, la tragedia dell’Andrea Doria che a bordo accoglieva anche degli emigranti…

Barcone. Fonte: Museo del mare.

Storie proposte accanto a una memoria ancora più drammatica, quella dello stretto di Sicilia, allo scopo di fare vivere al visitatore i ruoli di soggetto critico e di testimone di una storia di grande sofferenza.

─ Direttore, il murales Orizzonte di Speranze che si trova in Largo Taviani a pochi passi dell’ingresso del museo Galata forma parte del percorso espositivo del MeM, anche se si trova al di fuori dalla sede interna della mostra?

─ Assolutamente sì, il murales era nato per commemorare il bicentenario dell’Argentina e per ricordare che il terminal del flusso migratorio verso questo paese fu la Stazione Marittima di Genova, che le prime navi che arrivarono in Argentina erano genovesi; per questo il murales si trova in un luogo aperto.

L’esperienza dell’emigrazione e dei suoi effetti e caratteristiche è un archetipo della storia umana; il percorso del padiglione MEM e del murales Orizzonti di Speranze in Europa desidera ricordare compiendo nel contempo un gesto di civiltà nei confronti delle persone.

Ho concluso l’incontro con il Direttore del Museo del Mare che si è congedato sottolineando come sia necessario affrontare il tema delle migrazioni tanto per chi parte come per chi accoglie ─ “perché la migrazione è un dramma personale, una storia da raccontare dando voce all’emigrante e all’immigrato, ai suoi ricordi, alle sue lettere, dando voce alle chiamate, alle sensazioni.”

“Siamo stati accusati di avere dato una visione sparpagliata del fenomeno migratorio”─ha precisato Pierangelo Camponico─, “non esiste coerenza tra una lettera soggettiva di un emigrante e la complessità del fenomeno migratorio, il fine non è fare un discorso coerente, è coinvolgere il visitatore per portarlo a chiedersi: pensa se l’emigrato o l’immigrato fossi tu?”

l’artista Munú Actis Goretta. Foto: Foto: Mayela Barragán

L’autrice del murales Orizzonte di Speranze posto a pochi passi dall’ingresso del museo Galata è la muralista argentina Munú Actis Goretta; l’artista visita frequentemente l’Italia e il 17 novembre 2011 è stata presente all’inaugurazione del Padiglione.

Contattata via web, ha accettato di rispondere alle mie domande sulla sua opera.

─ Munú Actis Goretta, come ha trattato il tema dell’emigrazione a livello pittorico e visuale?

─ Per operare una ricerca visuale trattante l’emigrazione, l’unica cosa che ho fatto è stata quella di rappresentarla come quello che in effetti è: un momento di atroce dolore, di angoscia, nonostante io abbia intitolato il murales “Orizzonti di speranze”. Con questo titolo vorrei che l’opera riflettesse un messaggio di speranza; anche la scelta della sua collocazione non è casuale: a poca distanza della Stazione Marittima, da dove sono partite milioni di persone per l’Argentina.

Il murales, come ricorda la targa, è dedicato a tutte le migrazioni; ho constatato che, sia in Italia che in Argentina, è chiaro che le grandi migrazioni avvengono o per fame o per paura. E sono le stesse migrazioni che oggi interessano l’Italia.

Per me era importante conoscere quale sia nell’Italia odierna il concetto concernente le emigrazioni; molte persone consideravano l’emigrazione come un’avventura e molti ancora oggi pensano che gli italiani che emigrarono non vivevano male, ma che si recavano in America alla ricerca di avventura. No, non è stata nessuna ricerca avventurosa, è come se dicessimo che le persone che arrivano oggi in Italia ricercano l’avventura! Nessuna avventura, fuggono dalla fame e dalla guerra!

─ Che cosa mi può raccontare di lei?

─ Io sono nata nella Pampa argentina, ho un cognome che ho ereditato da due nonni italiani che erano originari di Rondallo, località piemontese. Durante la dittatura argentina fui esiliata in Venezuela; questo spostamento forzato mi permise di aprire la mente. Prima credevo che ero nata e cresciuta in un luogo e che bisognava vivere in un certo modo ma poi, uscendo dal paese, compresi che esistono altri luoghi dove si può vivere e pensare in modo differente.

─ Che importanza occupano memoria e radici nella sua vita?

─ La memoria è un concetto molto importante che in Argentina è intimamente relazionato alla dittatura di Jorge Rafael Videla, al tempo della Giunta militare, affinché questa storia non sia dimenticata. Penso che sia molto importante ricordare, raccontare la propria storia perché un’altro la comprenda traendone le sue personali conclusioni.

Invece, le radici hanno a che fare con l’identità: un senso di sradicamento ti può portare a ritrovare le tue radici, è un discorso personale che ti riguarda; nella mia ricerca di identità, anch’essa molto personale, ho voluto sapere che cosa c’era dietro le mie radici e fu così che un giorno visitai Rondallo, un paesino di 600 abitanti, un luogo molto piccolo vicino a Caluso in Piemonte dove quasi tutti gli abitanti hanno un cognome composto che inizia con Actis: chi è Actis Goretta, chi è Actis Dato, ecc.

Cliccare qui per sfogliare  l’album foto della mostra e del murales.

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