Recensione – Il mondo nuovo che avanza

Ferrara – 12/09/2012. Darien Levani

Recensione dell’ultimo album del “Teatro degli orrori”: Il mondo nuovo (Ed. La Tempesta Dischi – LTD-052). http://www.ilteatrodegliorrori.com/

Parlano del loro terzo lavoro in studio, Capovilla, leader della rock band italian Il Teatro Degli Orrori, dice che in origine l’album “Il mondo nuovo” avrebbe dovuto chiamarsi “Storia di un immigrato”. Questo in omaggio a “Storia di un impiegato” di Fabrizio de André, pietra miliare del concept album italiano nonché, va da sé, illustrazione sociale dell’evolversi di un fenomeno. In quei anni era la storia dell’esponente-individuo di una piccola classe borghese (appunto, l’Impiegato) schiacciato tra lo Stato e la passione giovanile: ne consegue una scelta che diventa una tragedia perché la poesia, per definizione, canta solo l’inevitabile.

 

Il Teatro degli Orrori. Foto: http://www.ilteatrodegliorrori.com/index.php?pag=pics

Quarant’anni dopo, l’impiegato ha messo su qualche chilo anche se mangia biologico, ha la partita IVA e vota Lega. E allora quale miglior punto di vista sul 2012, se non quello di un migrante? Perché, essenzialmente, è l’unica entità che rappresenta non solo “quello che se ne va” ma anche, paradossalmente “quello che arriva”, il perlustratore del mondo nuovo. Perché è l’unico osservatorio che può spiegarci qualche cosa su questo secolo così annacquato. E forse perché, se dove c’è dolore c’è poesia, i migranti hanno immagazzinato tonnellate e tonnellate di poesie.

Il Mondo Nuovo, oltre la musica e la così detta poesia, è il primo tentativo artistico di spiegare la vita di un immigrato. E, di questo, a Teatro gliene va dato atto. Non è un caso che questo album si è lasciato dietro una scia di malintesi, polemiche e disappunti. Io credo che si paga dazio anche a questa difficoltà di parlare dei migranti in maniera normale, senza renderli angeli o demoni, vittime o carnefici ma solo persone. Anche per questo l’impressione è che “Il mondo nuovo” è un album meno riuscito, non riesce mai ad atterrare e a rendere il dolo migrante umano, accettabile e normale. Perché nel 2012 nessun dolore sembra essere ancora più umano e accettabile (e per tutti, il dolore degli altri, è dolore a meta, cantava da qualche parte, appunto, Faber). Eppure, a questa contaminazione, il gruppo ci crede davvero, e il nuovo sound di quest’album ne è la prova. Meno America, più Europa, ci verrebbe da dire. Naturale, dopo tutto, visto che le influenze letterarie non possono non trascinare anche quelle musicali.

Il merito di questo album può essere sintetizzato in Ion, storia dell’operaio rumeno Ion Cazacu ucciso barbaramente a Varese nel 2000. Ucciso perché pretendeva di essere messo in regola dal suo datore di lavoro. Quello che il leader della band, Pierpaolo Capovilla sembra aver intuito è che l’origine di questo delitto nasce anni ed anni addietro, quando il migrante è stato – per un certo modo di parlare, di sparare le cifre e presunti colpe – rappresentato come un carnefice e/o cosa. E a una cosa puoi fare di tutto, puoi anche sfruttarlo fino al deterioramenti oppure bruciarla quando ti da fastidio. Operazione quindi che Capovilla percorre nel senso inverso, rendendo Ion di nuovo umano: una persona dotata di una pelle (seppure ustionato sul 90%, come ricordano spietate le cronache dell’epoca) , di una vita e di una solitudine ma soprattutto, un uomo e non solo un migrante.

Copertina dell’album Mondo nuovo.

Secondo punto di forza, per quanto mi riguarda, è come Il Mondo Nuovo squarcia un velo del quale, in questi anni, in pochi si sono resi conto: il razzismo altro non è che una copertura per la ben più imponente guerra di poveri. Ai poveri non solo come appartenenti a una certa coordinazione geografica, ma anche proprio come concetto e come posizione sociale. Guerra di classe, mi vorrebbe da dire, perché l’impiegato ha bisogno di un nemico, oggi come allora. Dategli oggi il suo pane quotidiano? Anzi, no, toglieteglielo, è un nuovo mondo.

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