Cittadini Europei detenuti nei CIE, una ordinanza importante del Tribunale di Torino

Torino. 24/09/2012. Intervista realizzata da Karim Metref

Quando si parla di CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione. Ex-CPT) si pensa ai così detti extracomunitari. Cioè a cittadini con nazionalità non inclusa nella comunità europea. I cittadini appartenenti a stati membri della CEE dovrebbero avere diritti equiparati a quelli di un cittadino italiano e siccome in nessun caso un cittadino italiano potrebbe finire in un CIE, così dovrebbe essere anche per altri cittadini comunitari. invece non è così. Sono centinaia i cittadini di paesi membri della Comunità Europea che sono tuttora rinchiusi o hanno comunque soggiornato per periodi più o meno lunghi nei Centri di detenzione.

Un vuoto giuridico lasciava planare una incertezza totale su questa questione. D’ora in poi l’incertezza non è più permessa in quanto con pronuncia depositata il 30 luglio 2012, il Tribunale di Torino ha finalmente chiarito che il cittadino comunitario destinatario di un provvedimento di allontanamento può essere trattenuto presso un C.I.E. esclusivamente nel corso  della procedura di convalida dell’allontanamento, vale a dire non oltre 4 giorni.

Per chiarire le ripercussioni di questo provvedimento Prospettive ha intervistato l’avvocato Maurizio Veglio*, specialista di diritto degli stranieri.

Prospettive:  Il mese scorso lei ha fatto girare una mail per diffondere la notizia di una decisione del Tribunale di Torino nei confronti una cittadina romena trattenuta presso il C.I.E. piemontese. Che importanza ha questa pronuncia e quali situazioni potrebbe chiarire secondo lei?

Maurizio Veglio: L’ordinanza del Tribunale di Torino (alla quale se ne è già affiancata una seconda) è molto importante perché chiarisce che i cittadini comunitari che vengono allontanati dall’Italia a mezzo della forza pubblica non possono essere trattenuti all’interno di un Centro di identificazione ed espulsione oltre 4 giorni.

Si tratta di una decisione di estrema rilevanza se si pensa che l’anno scorso nel C.I.E. di Roma – il più grande e capiente d’Italia – la terza nazione per numero di presenze è stata la Romania, con 304 cittadini trattenuti.

Psv. : Ha una stima anche approssimativa dei numeri dei cittadini UE dentro i CIE? E per quali ragioni un cittadino europeo potrebbe essere rinchiuso in quel luogo pensato per gli extra UE?

M. V.: Secondo i dati pubblicati dall’associazione Medici per i diritti umani, nel 2011 quasi 500 cittadini romeni sono transitati nei C.I.E. italiani, quello che non sappiamo è la durata dei singoli trattenimenti.

Se è vero che con il recepimento della direttiva comunitaria in materia di circolazione e soggiorno (2004/38/CE) il regime giuridico dei cittadini dei Paesi membri dell’Unione Europea è sensibilmente migliorato, persiste la possibilità di allontanamenti coattivi dal territorio nazionale per motivi di pericolosità sociale.

In questi casi, allorché l’Amministrazione ritenga che l’ulteriore permanenza del cittadino comunitario in Italia sia “incompatibile con la civile e sicura convivenza” – formula evidentemente fumosa e soggetta alle più varie interpretazioni – la Questura esegue immediatamente l’allontanamento, previa convalida dell’Autorità Giudiziaria.

È solamente nel corso di questa procedura, per la quale la legge impone il termine massimo di 96 ore, che il cittadino comunitario può legittimamente essere ristretto presso un C.I.E.

Psv,:  Che effetto dovrebbe avere questa sentenza quindi su quelli già reclusi e poi su quelli che verranno arrestati dopo?

M. V.: Le ripercussioni possono essere immediate e dirompenti: da quasi tutti i C.I.E. nazionali si ha notizia di cittadini comunitari trattenuti oltre il termine di 4 giorni, nonostante ciò rappresenti un’indebita privazione della libertà personale, vale a dire il supremo bene giuridico individuale.

Sfortunatamente la “giustiziabilità” di queste posizioni è pesantemente condizionata dal fattore tempo: è infatti necessaria l’immediata attivazione del difensore e la sollecita decisione del giudice, poiché l’allontanamento dello straniero vanifica di fatto l’iniziativa legale.

In tale caso, accertata l’illegittimità del trattenimento, residuerebbe la possibilità di ottenere un risarcimento, esattamente come accade per l’ingiusta detenzione in carcere, ma l’esperienza insegna che, eseguito l’allontanamento, mantenere i contatti tra assistito e difensore è estremamente difficili.

Psv.: Ultimamente una sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha confermato un decreto di espulsione dalla Germania nei confronti di un cittadino italiano. Su quali basi si fondava?

M. V.: Con la sentenza in questione (C-348/09 del 22 maggio 2012), la Corte di Giustizia ha stabilito che, qualora il comportamento del cittadino comunitario rappresenti una minaccia reale e attuale per un interesse fondamentale del Paese che lo ospita, ed esista il pericolo di reiterazione di simili condotte, quest’ultimo può essere legittimamente allontanato, nonostante il suo radicamento in tale Stato.

Nel merito si trattava di un cittadino italiano condannato per reati gravissimi che aveva impugnato la decisione di allontanamento in virtù del suo soggiorno pluridecennale in Germania.

Psv: Qualche ulteriore considerazione in merito?

M. V.: La questione del trattenimento amministrativo dello straniero è fonte di una prepotente esigenza di legalità.

Già nel 2001 la Corte Costituzionale notava come, all’interno dei C.I.E., si realizza “quella mortificazione della dignità dell’uomo che si verifica in ogni evenienza di assoggettamento fisico all’altrui potere e che è indice sicuro dell’attinenza della misura alla sfera della libertà personale”.

A tale condizione dovrebbe quindi essere associata la massima soglia di garanzie formali e procedurali, perché è in gioco il valore qualificante dell’essere umano, vale a dire la sua libertà.

La sensazione è che le Amministrazioni procedano con eccessiva disinvoltura ad adottare provvedimenti di allontanamento immediato nei confronti dei cittadini comunitari – talora anche a fronte di situazioni di minima rilevanza sociale – senza poi essere materialmente in grado di eseguirli nei termini di legge, e finendo con l’estendere il trattenimento presso il C.I.E. dello straniero ben oltre i limiti consentiti.

*Maurizio Veglio è avvocato specializzato nella materia del diritto degli stranieri, di cui si occupa dal 2003, ed è docente nella clinica legale “Human rights and migration law” presso l’International University College di Torino

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