Il presidente del Consiglio degli stranieri di Bologna boccia il permesso a punti

No al permesso a punti. “È un atto mediatico e demagogico, vuoto di impegni da parte dello Stato. Ricalca le regole sull’immigrazione di altri paesi europei, ma senza tenere conto delle esigenze del territorio né della carenza di servizi”. Così Bouchaib Khaline, presidente del consiglio degli stranieri della provincia di Bologna, boccia l’accordo di integrazione entrato in vigore lo scorso 10 marzo.

La nuova norma prevede in primo luogo che ogni immigrato si impegni a raggiungere un buon livello di conoscenza dell’italiano e della vita civica del nostro paese. “Ma loro vengono in Italia per lavorare”, sottolinea Khaline, “e sono occupati tutti i giorni, tutto il giorno a svolgere un mestiere. Dove possono trovare il tempo per andare ai corsi di formazione? Dovrebbero avere i permessi di 150 ore che sono a disposizione dei lavoratori italiani, ma il provvedimento non parla di nessun tipo di accordo con i datori di lavoro. Agli immigrati si continua a chiedere un notevole sforzo senza fornire gli strumenti adatti per portarlo a termine”.

Con l’accordo di integrazione, al momento del primo ingresso in Italia ogni straniero riceverà una dotazione di 16 crediti “sulla fiducia” e dovrà saper conservare o aumentare attraverso la partecipazione a corsi di lingua, di educazione civica e ad attività di conoscenza della realtà italiana. Avrà poi due anni di tempo, più uno di eventuale proroga, per acquisire i 30 punti necessari a vedersi rinnovare il permesso di lavoro. Per vedersi confermato il punteggio di ingresso in Italia, occorre frequentare entro 3 mesi dall’arrivo un percorso di formazione e informazione presso uno degli Sportelli unici per l’immigrazione delle prefetture cittadine.

“Non si tiene conto delle reali esigenze di una situazione come quella bolognese”, fa notare Khaline, “in cui molti immigrati risiedono in provincia, sono distribuiti in un territorio vasto da cui è difficile accedere allo sportello unico. L’onere dell’integrazione viene lasciato interamente a chi entra nel paese, senza che i suoi bisogni abbiano risposte soddisfacenti da parte delle istituzioni”. Come rappresentante degli stranieri a Bologna, Khaline commenta la differenza tra la legge italiana appena entrata in vigore e i precedenti europei a cui si ispira: “L’Italia non è la prima nazione ad avere approvato provvedimenti del genere, e noi siamo d’accordo sul fatto che chi arriva debba imparare la lingua e conoscere la cultura che lo ospita. Ma in altri paesi d’Europa, come l’Olanda, è previsto addirittura un servizio di istruzione a domicilio per i lavoratori stranieri. Qui mancano le risorse, e anche con l’arrivo del permesso a punti lo Stato non sembra disposto a fare passi concreti per agevolare l’apprendimento della lingua”.

L’accordo per l’integrazione rappresenta insomma una mossa controproducente secondo Bouchaib Khaline, soprattutto perché penalizza chi è venuto in Italia semplicemente per lavorare: “Tutto il pacchetto sicurezza era stato pensato per combattere la clandestinità”, afferma il presidente, “ma l’applicazione concreta di regole come questa finisce per colpire soltanto gli immigrati regolari. Se non viene integrato da più servizi, il permesso a punti non farà che produrre nuovi irregolari”. (Esther Di Raimo)

Dire – Redattore Sociale. Riproduzione riservata

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